Mentre giunge a conclusione l’ennesima puntata della telenovela Salvate il Soldato Euro (e almeno questa volta il finale di episodio è largamente positivo, vedi alla voce acquisti di sovereign bonds, costituzionalità del meccanismo ESM e unione bancaria), consiglio caldamente la lettura di queste poche pagine di Amartya Sen, che senza tanti fronzoli centra a mio avviso il punto dell’intera questione. Tre i temi toccati. Nell’ordine:

a. L’intera costruzione europea è nata, dal Manifesto di Ventotene in avanti, come una risposta politica ad un problema politico, cioè la possibilità di convivenza pacifica e collaborazione fattiva tra culture molto simili tra loro, ma troppo spesso nemiche. Pensando alle macerie che avevamo di fronte nel 1945 prima e nel 1989 poi, i passi in avanti sono stati straordinari. Personalmente, considero il trattato di Schengen sulla mobilità interna delle persone come una pietra miliare nella costruzione di un percorso di civiltà e libertà di cui tutti noi, cittadini europei, dovremmo sentirci fieri. Da questo punto di vista – e qui torno alle argomentazioni di Sen – l’accelerazione monetaria senza una contemporanea accelerazione sul piano politico è stata una sorta di fuga in avanti. Si può discutere finché si vuole sulla sostenibilità prospettica dell’Eurozona quale area valutaria ottimale, ma rimane il fatto che mentre si tenta di riparare la macchina in corsa man mano che i problemi di aggiustamento affiorano, la distribuzione necessariamente disomogenea degli oneri genera ostilità per l’intero progetto europeista in vaste fasce sociali, mettendo a repentaglio l’obiettivo finale. Prova ne sia la recente fortuna di movimenti antieuropeisti in giro per il vecchio continente.

b. Due importanti lezioni che i popoli europei hanno drammaticamente imparato dalla propria storia recente sono da un lato l’importanza del principio democratico quale architrave della forma di convivenza civile, e dall’altro la necessità di un sistema di redistribuzione delle risorse e di protezione sociale in grado di evitare forme estreme di deprivazione e di incapacitazione. Anche ammettendo che la richiesta di un pesante ridimensionamento dello stato sociale (basta considerare quanto sta accadendo in Grecia, o la simpatica letterina del duo Trichet-Draghi al governo italiano) proveniente dagli ambienti economico-finanziari possa in linea di principio essere corretta (cosa che Sen non crede, tra l’altro), essa dovrebbe necessariamente passare attraverso un dibattito pubblico e una decisione condivisa, in grado di legittimarla dal punto di vista democratico. Il fatto che questo non sia successo non fa che aggravare le considerazioni del punto precedente.

c. Il terzo tema ha a che vedere con gli interventi di policy, sia quelli attuati finora per mettere in sicurezza l’Euro che quelli richiesti ai paesi dell’Eurozona in crisi (cioè quelli che di solito vengono chiamati “compiti per casa”). Mentre i primi (ad esempio, i già citati interventi di sostegno della BCE, il fondo salva-stati, l’unione bancaria, etc.) non hanno in alcun modo messo mano al problema di come paesi con dinamiche divergenti di produttività e competitività possano convivere all’interno di un’unione monetaria (ho già discusso il tema qui), i secondi – la richiesta di una stretta fiscale nel bel mezzo di una profonda fase recessiva – sono semplicemente l’esatto contrario di ciò che servirebbe. E ciò è vero soprattutto quando i tagli alla spesa pubblica vengono esercitati tagliando in maniera indiscriminata la spesa sociale, cioè rinnegando anche dal punto di vista culturale una delle idee forti del modello europeo degli ultimi sessant’anni, cioè quella di welfare state come strumento di giustizia sociale.

Si, penso anch’io che bisogna al più presto ricominciare da qui, dalla Politica (quella con la P maiuscola).

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