In attesa del 12 settembre, quando la Corte Costituzionale tedesca si pronuncerà sulla costituzionalità o meno dell’ESM (il cosiddetto fondo salva-stati) e del fiscal compact (a proposito, chi fosse interessato a farsi invitare dai giudici tedeschi per un’audizione trova qui le informazioni su come fare), prosegue in Italia da numerosi cantoni il tiro al bersaglio verso le posizioni oltranziste del governo tedesco, e quindi a cascata verso Angela Merkel (spesso con i toni pacati che contraddistinguono una certa parte della stampa italiana). Ciò che manca è da un lato qualsiasi serio tentativo di capire le ragioni che spingono l’attuale classe dirigente teutonica (leggi Governo e Bundesbank) a pronunciare molto spesso dei “no”, e a studiare le posizioni in campo nel dibattito domestico tedesco, che sono talvolta ben differenziate e articolate, dall’altro. Fare uno sforzo in questa direzione dovrebbe aiutarci a capire le ragioni degli altri, e a tarare di conseguenza le nostre pretese e proposte.

Può aiutare a tale scopo la lettura di un paper firmato da Sebastian Dullien e Ulrike Guérot, nel quale si mette in luce la comune matrice teorico-culturale alla base delle varie proposte avanzate ad oggi dalle forze politiche più rappresentative in Germania. Tre sono i punti chiave proposti, che vale la pena sottolineare:

1. La rigidità nel non accettare una maggiore integrazione fiscale non è dettata  dalla miope difesa ad oltranza di interessi nazionali, o da turbe psicologiche ereditate (ma come, poi?) dalle generazioni che hanno vissuto l’incubo dell’iperinflazione durante la Repubblica di Weimar. La posizione tedesca è più semplicemente legata alla profonda convinzione che un certo modello di regolazione del sistema capitalistico, che in Germania negli ultimi decenni ha funzionato molto bene, sia la strada corretta. Deviare solo per far piacere a paesi che con altri modelli hanno registrato performance nettamente peggiori è un errore. Punto.

2. Non c’è alcuna fregola nel voler insegnare col ditino alzato la lezioncina sui pregi dell’austerità a quei lavativi dei PIIGS. Secondo la visione tedesca una posizione fiscale sostenibile è condizione sine qua non per la crescita di lungo periodo. Altro punto. Su questo non esistono margini di trattativa.

3. Ciò significa che chiedere ai tedeschi di accettare a breve un maggior grado di risk-sharing fiscale per pagare i debiti degli altri è come chiedere se c’è del pane in vendita in una ferramenta: la risposta è no!!! e il commesso si chiederà se siete stupidi a fargli una domanda del genere. Se si vuole instaurare un dialogo costruttivo, è invece necessario mettere sul tappeto il tema di quali strategie di crescita a livello europeo (tipo investimenti in infrastrutture o in R&D) siano compatibili con un maggiore trasferimento di potere fiscale al livello UE. Una più ampia integrazione fiscale potrebbe anche scaturire come by-product (e quindi tornare utile in futuro), ma solo in quanto funzionale ad un progetto legato alla crescita lungo un sentiero fiscalmente virtuoso.

La conclusione è semplice. Può piacere o non piacere, e possiamo essere d’accordo o dissentire. Ma se non capiamo da quale punto partono gli altri, il dialogo alla fine è tra sordi, e di strada se ne farà poca. Aggiungo solo che il riferimento all’ordoliberalismo contenuto nel paper in questione è un po’ troppo “tirato via”. E’ un peccato, perchè il punto è interessante. Consiglio, per chi desidera approfondire cosa implichi questo filone di pensiero nell’ambito del modello tedesco di economia sociale di mercato, la lettura di questo bel pezzo di Rosaria Rita Canale.

In realtà l’ortodossismo neoclassico alla base della visione tedesca di politica economica è tutt’altro che monolitico, come dimostra la furiosa battaglia a base di “lettere aperte” scatenatasi in Germania un mese fa. È partito per primo un gruppo di 172 economisti (capitanati da Hans-Werner Sinn) che, dalle pagine del quotidiano Frankfurter Allgemeine ha accusato Angela Merkel di “intelligenza col nemico”, per aver fatto delle parziali concessioni sul tema dell’unione bancaria nell’Eurozona durante il Consiglio Europeo del 28-29 giungo scorso. Ha risposto, alcuni giorni dopo, un gruppo di altri 100 colleghi (con a capo Michael Burda e Dennis Snower), sostenendo che l’unione bancaria è un passo necessario per tentare di salvare la baracca, e che il problema dell’azzardo morale per chi viene salvato pur essendosi comportato male è limitato, se non addirittura un falso problema.  In linea con quanto detto più sopra, qualcuno sostiene che leggendo tra le righe le due posizioni non sono poi così lontane, ma partono da una piattaforma comune. Con il che si torna al punto di partenza.

Oh, it seems like I hear Angela singing ...
… now I’m not looking for absolution
Forgiveness for the things I do
But before you come to any conclusions
Try walking in my shoes
Try walking in my shoes

Ma Mario che numero di scarpe porta?

UPDATE (poche ore dopo)
Questo fondo di Perotti uscito due giorni fa si sposa molto bene con le considerazioni fatte qui sopra. Tutti quelli che si affacciano sulle sponde del Mediterraneo sono convinti che i problemi di gestione del debito pubblico di Spagna e Italia (ormai la Grecia è fuori gioco, su quella non scommette più nessuno) siano di liquidità. E se qualcuno sopra le Alpi credesse (in buona fede) invece che si tratta di un problema di solvibilità?
Detto ciò, la spiegazione in prosa di cosa significhi equilibrio con aspettative self-fulfilling (quello riferito al paese X e ai 10 euro) è didatticamente perfetta.

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