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In questo blog di solito non mi occupo di politica “spicciola”. Siccome non vivo fuori dal mondo, tuttavia, non posso non tener conto della vera novità in Italia (al netto del fatto che siamo da almeno un annetto sull’orlo della bancarotta, di un ministro del lavoro che ha evidenti problemi a far di conto, e che neanche quest’anno Moratti riaprirà i cordoni della borsa), vale a dire l’esplosione – in senso buono, ovviamente – del Movimento 5 Stelle alle elezioni amministrative del maggio 2012. Mi interessa in particolare una delle idee forti del movimento, cioè la proposta di un uso pervasivo di strumenti di democrazia diretta: per qualsiasi questione facciamo esprimere direttamente i cittadini attraverso un processo deliberativo diretto, e una volta presa la decisione i rappresentanti eletti in parlamento o negli altri organismi locali eseguono. Tra l’altro, nell’era di internet, dei social network e del web 2.0 la cosa è facilissima dal punto vista tecnologico e relativamente poco costosa da quello economico. Come al solito, le cose rischiano di essere un po’ più complicate di quello che sembrano, e basta dare un’occhiata all’esperienza acquisita in giro per il mondo per cominciare a dubitare sulla bontà e fattibilità della proposta.

Uno degli esempi più interessanti di applicazione diffusa di strumenti di democrazia diretta è lo stato della California. A partire dal 1911 i cittadini californiani, in particolare, possono emendare la costituzione e le leggi esistenti attraverso lo strumento del referendum (sia abrogativo che propositivo, quindi), e possono divenire essi stessi legislatori attraverso il voto diretto su proposte di legge di iniziativa popolare dette appunto initiative o, una volta giunte sulla scheda elettorale, Proposition. I californiani hanno votato, votano e voteranno su un numero impressionante di questioni, dai diritti degli omosessuali, alla regolamentazione della chiropratica, all’istituzione e/o abrogazione di tasse. A titolo di esempio, sta arrivando il turno di una Proposition denominata Robin Hood Tax, in base alla quale si chiede ai cittadini se vogliono imporre una tassa del 25% (in aggiunta a tutte le altre già dovute) sul valore aggiunto delle imprese che estraggono gas dal sottosuolo dello stato.

Bene, si dirà. Con un controllo diretto di questo tipo tutto non può che funzionare al meglio: people have the power. Ehm, piano con gli entusiasmi, perché a volte We, the People, facciamo del gran casino. In fin dei conti, mi verrebbe da dire, se qualche millennio di storia del pensiero politico, e le migliori menti filosofiche che la nostra specie abbia prodotto dal suo apparire sulla faccia della terra si sono cimentate sul tema senza arrivare a conclusioni definitive un motivo ci sarà! A proposito, uno dei motivi è probabilmente legato a questo simpatico risultato, che dovrebbe essere oggetto di studio da parte di chiunque sia chiamato a partecipare ad assemblee deliberative. Ma torniamo a bomba.

Che le casse del Golden State non siano da tempo particolarmente floride è un fatto noto, così come che l’intero processo legislativo e amministrativo sia allo sbando è sotto gli occhi di tutti. Che tutto questo sia in qualche modo riconducibile all’amore dei californiani per la democrazia diretta è invece la provocazione lanciata un annetto fa dell’Economist con un editoriale e uno special report. La lettura è veramente interessante, e la consiglio caldamente a tutti, perché ho la sensazione che di queste cose continueremo a parlare per un bel pezzettino.

Mi limito qui a porre l’accento su un aspetto della questione. Il sistema californiano prevede che ciascuna initiative sia irreversibile (a meno che essa stessa non affermi il contrario), nel senso che non può essere abrogata da leggi successivamente emanate dal parlamento dello Stato. L’unico modo per cambiare le cose è portare al voto una nuova proposition, contenente una proposta di emendamento della precedente. È giusto, si dirà, sennò va a finire come in Italia, dove il Parlamento se ne è bellamente infischiato dei cittadini che a suo tempo si erano espressi direttamente per un sistema elettorale maggioritario, per abrogare il finanziamento pubblico dei partiti, e per l’abrogazione del Ministero dell’Agricoltura (che ora infatti è una cosa del tutto diversa, chiamandosi Ministero per le Politiche Agricole).

Occhio a questa, però. Nel 1978 è stata votata positivamente la famigerata Proposition 13, che oltre a stabilire una diminuzione alla tassazione sulla proprietà immobiliare privata (dopotutto, a chi piace pagare le tasse?), ha imposto che qualsiasi legge futura (e quindi anche le initiative dirette) finalizzata ad aumentare le tasse debba ottenere una maggioranza qualificata dei 2/3. Per inciso, la tassazione sulla proprietà era ed è, nel sistema californiano, la fonte di finanziamento principale della scuola pubblica. Nel frattempo, altre propositions hanno imposto che lo stato potenziasse i servizi ai cittadini (dopotutto, chi non vuole più servizi pubblici), senza però che le initiatives in questione si preoccupassero di stabilire la copertura finanziaria. Ad esempio, la Proposition 98 (nel 1988) ha rivisto la modalità di calcolo del budget delle scuole pubbliche (legandole al numero di studenti), ma siccome questo vincolava quote sempre maggiori del bilancio statale al finanziamento della scuola (dato che in base alla Proposition 13 era di fatto impossibile aumentare le tasse), nel 1990 è arrivata la Proposition 111, che ha creato un sistema talmente barocco da essere incomprensibile persino ai suoi promotori.

Democrazia diretta o più semplicemente oclocrazia? L’argomento è dannatamente serio. Se invece vogliamo farci due risate (ma sempre con il cervello ben acceso) vi consiglio lo straordinario Natalino Balasso.

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