Molto si è detto e scritto sull’utilizzo di armi non convenzionali (il bazooka del titolo) da parte della BCE, in particolare le due tranche (del 21.12.2011 e del 29.02.2012) di LTFO che, nel complesso, hanno garantito in due mesi alle banche europee 1000 miliardi di liquidità (anche se quella netta, cioè calcolata tenendo conto del fatto che contemporaneamente la BCE chiudeva altre operazioni di finanziamento, è di parecchio inferiore) ad un tasso fisso dell’1% per tre anni. Questo post di Angelo Baglioni riassume molto bene l’intera vicenda, e mette in evidenza i problemi di fondo, che possiamo elencare così:

1) Che la crisi di fiducia sul debito sovrano dei paesi Club Med abbia condotto sull’orlo del precipizio l’intero sistema finanziario continentale è cosa acquisita. Che fare, allora? Non potendo intervenire direttamente nell’acquisto di titoli di stato nel mercato primario (cosa inibita dal suo stesso statuto), e non potendo insistere troppo nell’acquistarli sul secondario (perché i tedeschi sono contrari), la BCE aggira l’ostacolo prestando i soldi alle banche, che a loro volta acquistano titoli di stato e tengono in questo modo a bada i rendimenti.

2) Questo meccanismo è pericoloso, perché rende le banche europee sempre più dipendenti dai finanziamenti della BCE, invece che dai normali canali di approvvigionamento di fondi (retail, wholesale e interbancario). Si potrebbe però sopportarne il rischio se quei fondi venissero utilizzati per concedere credito al settore privato.

3) La soluzione proposta è che la BCE si comporti veramente da prestatore di ultima istanza nei confronti degli stati (cioè ne compri direttamente il debito), creando per tale via le condizioni affinché le banche possano tornare a fare il loro mestiere, cioè quello di intermediazione del risparmio e di trasformazione delle scadenze.

Per condividendone l’impostazione di fondo, ci sono un paio di aspetti del ragionamento di Baglioni che non mi convincono del tutto. Velocissimamente: a) la BCE è già prestatore di ultima istanza, solo che lo è nei confronti del sistema finanziario privato (evitando, finché può, bank runs); b) Qualche risultato il bazooka l’ha ottenuto, invertendo la pendenza degli indicatore di tensione sull’interbancario, tipo l’EuroTed spread. La vera domanda sarebbe chiedersi se ciò sia sufficiente a riportare serenità nei rapporti tra banche. Se ci riesco riprenderò entrambi gli argomenti nei dovuti modi in un post a venire. Per oggi voglio concentrarmi su un tema diverso.

Francamente continuo a non capire chi si stupisce del fatto che i soldi della BCE vengano usati per comprare titoli di stato e non invece per concedere credito alle imprese, soprattutto in un momento in cui il credit crunch comincia ad assumere vesti preoccupanti (vedi sempre il pezzo di Baglioni, e le fonti bibliografiche ivi citate). È tutto già scritto nelle norme di regolamentazione a cui le banche stesse sono sottoposte, e che le imbriglia in un gioco perverso. Capire poi se le banche abbiano un’anima un po’ sado-maso, e quindi quel gioco non lo disdegnino del tutto, è questione che lascio a voi. Io mi limito a chiarire il punto.

Il meccanismo di definizione dei requisiti di capitale – il cosiddetto core tier 1 – è costruito in modo tale che al denominatore del rapporto vi sia una combinazione lineare delle attività (leggi “prestiti”), in cui i pesi sono dati da parametri che ne misurano il rischio. Per capire come funziona, date un’occhiata a questo: l’esempio è riferito agli USA e i dati sono quindi in dollari, ma il principio di funzionamento è esattamente lo stesso. È evidente che se sposto una parte dei miei attivi da attività ad alto rischio ad attività a rischio più basso, i cosiddetti total risk weighted assets diminuiscono, e posso obbedire alla disposizioni di vigilanza con una ammontare di capitale minore. Il punto è che il risk weight legato a 10 milioni di euro di titoli di stato è di molto inferiore a quello associato ad un prestito di pari ammontare ad una media impresa, che vorrebbe usare quei soldi per provare ad ampliare la propria presenza sui mercati del sud-est asiatico. Con il che è evidente che se l’autorità di regolamentazione (EBA) mi chiede di aumentare i requisiti di patrimonializzazione nel momento stesso in cui la BCE (è lo stesso animale, cambia solo il nome) mi presta del denaro e fa riferimento al mio spirito di servizio per fare il lavoro sporco che lei non può fare alla luce del sole, la strada è praticamente obbligata. È una questione di incentivi, bellezza! Qualcuno l’ha pure ammesso candidamente, al di là del linguaggio da iniziati.

Delle due l’una: o cominciamo a renderci conto che questo modo di regolamentare le banche è stupido, e lo cambiamo; o facciamo a meno di sorprenderci e strapparci le vesti se accade l’ovvio. Stabilire i principi di un regime regolamentare è una questione tecnica, ma la responsabilità è politica. Ho l’impressione che la strada da percorre affinché ciò venga compreso da chi quella responsabilità politica è chiamato ad esercitarla sia ancora lunga.

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