L’Europa sta riscrivendo le proprie regole, e tra queste è prevista la sottoscrizione di un nuovo patto fiscale detto fiscal compact (FC). Non so se domani sarà il giorno buono, ma so che se vengono confermate le indicazioni della bozza girata alcune settimane fa quella firma rischia di ipotecare un gran bel pezzo del nostro futuro. Ne aveva già parlato in toni allarmati Gustavo Piga attorno a Natale, e la cosa è stata ripresa un paio di giorni fa da Marco Fortis.
Il pezzo del FC che più ci interessa è questo: ai paesi aderenti alla UE con un rapporto debito pubblico/PIL superiore alla quota “Maastricht” del 60% viene chiesto di garantire un piano di rientro a partire dal 2014 che tagli l’eccedenza di 1/20 all’anno. Per l’Italia, che a tutt’oggi viaggia al 118,7%, l’eccedenza è di 58,7 punti. Per ogni anno tra il 2014 e il 2034, quindi, il nostro paese deve inventarsi un modo per abbattere lo stock di debito pubblico rispetto al PIL di circa 2,9 punti. Ma in euro, di quanto stiamo parlando?
Per fare i conti in maniera corretta è necessario dotarsi di due ingredienti: 1) alcuni rudimenti di contabilità della dinamica debito/PIL; 2) alcune previsioni sui tassi di crescita del PIL reale e sui tassi di interesse che dovremo pagare sul debito. Per quanto riguarda il primo aspetto, la formula che regola la dinamica del debito pubblico tra un generico periodo t e il periodo precedente t-1 è

B(t) = [B(t-1) x (1 + i)] + [(G(t) – T(t)]             (1)

dove B rappresenta lo stock di debito in termini reali (cioè una volta sterilizzato l’effetto dell’inflazione), i è il tasso di interesse (reale) medio pagato sul debito, mentre la differenza tra la spesa pubblica corrente (G) e le entrate fiscali (T) rappresenta il deficit (se positivo) o avanzo (se negativo) primario. In parole, lo stock di debito domani dipende da quanto debito abbiamo ereditato, da quanto dobbiamo remunerarlo, e da quanto dobbiamo aggiungere (se registriamo un deficit primario, D > 0) o possiamo togliere (se registriamo un avanzo primario, D < 0). Ora dividiamo il tutto per il PIL reale (Y) al tempo t, ottenendo la regola di moto del rapporto debito pubblico/PIL:

B(t)/Y(t) = b(t) =
=  D
(t)/Y(t) + [(1 + i)/(1 + g)] x [B(t-1)/Y(t-1)] = d(t) + [(1 + i)/(1 + g)] x b(t-1)    (2)

dove g indica il tasso di crescita annuo del PIL reale. Se, per semplificarci la vita, siamo disposti ad utilizzare l’approssimazione in base alla quale, per valori di i e g  abbastanza piccoli, la seguente è vera:

[(1 + i)/(1 + g)] = 1 + ig                     (3)

scoprirete che la (2) può essere scritta come:

b(t) – b(t-1) = (ig) x b(t-1) + d(t).            (4)

Due lezioni. La prima è che il rapporto debito/PIL cresce se gli interessi reali sono superiori al tasso di crescita dell’economia (cioè se ig > 0), e/o se l’avanza primario è negativo (cioè accumuliamo deficit). Ne segue che avanzare considerazione sull’andamento del rapporto debito/PIL senza preoccuparsi minimamente di quanto cresce (o non cresce) il denominatore – come spesso accade di sentire – è semplicemente una castroneria. Secondo, esistono valori di i, g e d in grado di stabilizzare il rapporto b ad un certo valore. In questo caso la formula è:

b = d / (gi)               (5)

Siamo ora pronti per fare due conti. Quanto ci viene richiesto dal FC è che b(t) – b(t-1) sia uguale a -2,9, anno dopo anno. Il valore di b(t-1), come abbiamo detto, è 118,7. Ciò che manca a questo punto è il secondo ingrediente di cui sopra, vale a dire una qualche previsione informata sui valori di tasso di interesse reali e tassi di crescita del PIL.
Per quanto riguarda il tassi di interesse, credo che nessun economista si strapperebbe le vesti se, partendo dall’esperienza storica degli ultimi decenni, provassimo a buttare lì un 2%. Venendo al tasso di crescita medio del PIL, il meglio che possiamo fare è dare un’occhiata alle stime del PIL potenziale fornite dall’OECD per l’Italia (qui, aprendo il file Key Supply Side Data). In media, questo era pari all’1,6% per anno nel decennio 1990-99, allo 0,8% nel decennio 2000-10, e le previsione per il 2013 puntano ad un miserrimo 0,3%.
Oggi voglio essere ottimista. Supponiamo che la cura Monti faccia effetto da subito, e ci faccia tornare imporvvisamente agli anni ’90, facendo crescere l’economia italiana ad un tasso dell’1,5% all’anno per i prossimi 20 anni. Con questi dati possiamo calcolare a quanto dovrà ammontare l’avanzo primario che sarà necessario assicurare anno dopo anno per rispettare il volere dell’Europa (sostituendo nella (4)):

– 2,9 =  (0,02 – 0,015) x 118,7 + d(t)

da cui si ottiene un valore di avanzo priamrio pari a 3,5% del PIL. Ciò che resta da capire a questo punto è se questi 3,5 punti di PIL di avanzo primario (che ai valori attuali corrispondono a circa 56 miliardi di Euro) sono alla nostra portata o no.
Partirei segnalando che nel 2011 l’avanzo primario dovrebbe essere stato (a gennaio il condizionale è d’obbligo, sapremo con certezza il valore solo tra un mesetto) dell’1%, e che Bankitalia stima che la serie di manovre di consolidamento succedutesi da luglio 2011 ad oggi sono in grado di garantire avanzi primari tra il 4 e il 5% del PIL nei prossimi anni.
Beh, se le cose stanno effettivamente così la cosa potrebbe essere fattibile, e Monti potrebbe sottoscrivere il nuovo patto senza eccessive remore. Il piano di rientro sarebbe sostenibile anche se circa un punto di PIL fosse destinato a finanziare investimenti pubblici in infrastrutture, scuola o quello che volete voi. I commenti allarmati, tipo quello di Fortis, non tengono in debito conto tutti gli aspetti della faccenda, soprattutto il fatto che la manovra di dicembre (in particolare la parte sulle pensioni) sembra in grado di generare effetti strutturali sull’avanzo stesso. Tra l’altro, la controproposta avanzata – inserire nel calcolo anche il risparmio privato, e per tale via limare la quota annua di debito da abbattere – non sta in piedi. Come giustamente ribadisce lo stesso Fortis, la ratio di tutto ciò dovrebbe risiedere nel fatto che un governo, se il proprio debito dovesse diventare insostenibile, può sempre ricorrere ad una patrimoniale. Ma ci può spiegare lo stesso Fortis perché Germania, Austria, Paesi Bassi e così via dovrebbero fidarsi di un così labile argomento, dato che neanche di fronte al baratro dello spread 500 un governo tecnico se l’è sentita di andare fino in fondo con una patrimoniale vera (al netto dell’Imu)? Figuriamoci quanto sarebbe disposto a fare un governo politico …
Ma, c’è un ma. Se anche la cura Monti fatta di liberalizzazioni e semplificazioni dovesse riuscire prima o poi a far ripartire la crescita, ci vorrà del tempo, tanto tempo, probabilmente troppo tempo. Nel mentre, secondo l’IMF, si crescerà in media allo 0,5% all’anno. Rifacendo i conti, l’avanzo primario da mettere in campo diventa ora pari al 4,7% del PIL, pericolosamente vicino alla parte alta della forchetta stimata da Bankitalia. Con una conclusione ovvia: che il rigore fiscale dovrà essere mantenuto in maniera ferrea per un paio di decenni, indipendentemente dal colore dei governi che si succederanno. E con zero euro per qualsiasi piano di sviluppo.
Auguri a tutti noi, rischiamo sul serio di averne bisogno!

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