Come noto, all’inizio di novembre 2011 il Financial Stability Board ha emanato la lista delle banche di interesse sistemico a livello globale (G-SIFI). Tra queste, unica italiana, Unicredit. Essere banca di interesse sistemico implica il riconoscimento di essere troppo grande e interconnessa per poter essere lasciata fallire (too-big-to-fail). Sulla base delle nuove norme di regolamentazione note come Basilea III, ciò comporta la necesità di dover disporre di un livello di capitale proprio superiore ai minimi regolamentari. Per Unicredit la cifra richiesta nell’immediato è stata fissata dalla European Banking Authority in 7,9 miliardi di euro. Unicredit ha quindi lanciato alcuni giorni fa un aumento di capitale da 7,5 miliardi di euro. Il capitale restante sarà recuperato attraverso la mancata erogazione di dividendi.

Ora si comincia a scoprire, però, che per un settore in crisi come quello bancario il “mercato” duro e puro, come piace ai liberisti de’ noantri, crea non pochi grattacapi. Se si sfilano le fondazioni di origine bancaria – la manomorta del 21° secolo, secondo alcuni – arrivare a ricapitalizzare le banche comincia ad essere un problemino di non poco conto. La faccenda è raccontata in questo post de Linkiesta. Che mi porta ad un ulteriore commento, partendo dalla proposta di smantellamento/liquidazione/tassazione delle fondazioni che si è levato da più parti negli ultimi tempi.

Di tutti i ragionamenti svolti per giustificare la proposta di modifica del ruolo delle fondazioni bancarie – riassunti in questo post da Sandro Brusco – quello che mi convince di più è che, laddove la politica interviene nel processo di scelta del management, si creano di solito fenomeni diffusi di distorta allocazione delle risorse, a causa di corruzione, rent-seeking e disallineamento di incentivi tra principale ed agente. La letteratura al riguardo – teorica ed empirica – è sterminata, e indica come unica strada quella della privatizzazione. Applicato al caso nostro, si tratterebbe di fare in modo che le fondazioni smobilizzino completamente le loro partecipazioni nel capitale delle banche (anche se Zingales e Co. vanno più in là, e ne propongono lo scioglimento tout court). Personalmente, il paper che più mi piace sull’argomento nei suoi termini generali è questo classico di Boycko, Shleifer e Vishny.

Se crediamo a questa tesi, e alla sua applicazione alla filiera politica-fondazioni-banche, i dati dovrebbero mostrare che, comparativamente, le banche in mano alle fondazioni gestite dalla politica (ad esempio le italiane ISP, Unicredit e MPS) risultano sistematicamente meno efficienti di quelle in cui i soci sono normali investitori (cioè tutte le altre banche francesi, inglesi, tedesche, spagnole, e così via; o almeno quelle che i rispettivi governi non hanno dovuto comprarsi per evitare loro il fallimento). L’evidenza sulla minore efficienza delle banche italiane portata al riguardo da Sandro appare francamente irrilevante: se ho attivi che vengono improvvisamente considerati più rischiosi (tipo, una montagna di debito pubblico italiano), devo pagare di più per approvvigionarmi di fondi liquidi, e quindi dovrò applicare prezzi alla mia clientela sul lato del passivo più elevati. Ma tutto questo non ha nulla a che fare con ciò che di norma intendiamo per inefficienza legata all’influenza della politica.

Per una banca, quest’ultima dovrebbe implicare un rapporto cost/income sistematicamente più alto (perchè se sono un politico assumo a tutto spiano dipendenti, dato che questi votano, e col loro voto mi garantiscono di vincere le prossime elezioni), o una quota di prestiti in sofferenza sul totale dei prestiti erogati sistematicamente più elevato (perchè presto a piene mani agli amici e agli amici degli amici, e quindi la probabilità che questi abbiano per le mani progetti redditizi è molto bassa), e così via. E ciò dovrebbe essere tanto più vero in una fase di profonda crisi come quella attuale, dato che i denominatori dei rapporti di cui sopra tendono a restringersi. Come stanno quindi le cose?

I dati qui sotto si riferiscono ad un confronto su tre rilevazioni semestrali consecutive (giugno 2009, giugno 2010, giugno 2011) su dati di bilancio relativi ai seguenti gruppi bancari: Intesa san Paolo (ISP); Unicredit (ICI); Monte Paschi Siena (MPS); Santander (SANT); BNP Paribas (BNP); Deutsche Bank (DEU); Barclays (BAR); Credit Agricole (CA). Gli indicatori sono rispettivamente il rapporto cost/income, il rapporto tra le rettifiche di valore sui crediti e il valore totale degli impieghi alla clientela, e il ROE. Sull’asse delle ordinate trovate dei valori percentuali.

Tre considerazioni. La prima è che su indicatori di efficienza affidabili, le banche controllate dalla politica – cioè dalle fondazioni – non sembrano sistematicamente peggiori rispetto agli altri campioni europei. Da questo punto di vista, il controllo delle fondazioni non sembra fare danni particolari, e quindi il punto più serio di tutta l’impalcatura di critiche alla loro esistenza appare veramente molto debole. La mia spiegazione personale, conoscendo un po’ dal di dentro come funziona il rapporto banche/fondazioni, è che la selezione del management avviene su basi del tutto in linea con quelle normali di mercato. O almeno l’esempio delle scelte degli AD di Unicredit prima, di ISP poi, e di MPS a breve (almeno a giudicare dai rumors) mi sembra andare in questa direzione.

Secondo. Le banche italiane, rispetto alle altre, sono caratterizzate da un ROE sistematicamente più basso (ad eccezione di Credit Agricole). E’ un segnale a favore dell’uscita delle Fondazione dal loro controllo? Può essere, ma può essere anche il contrario. Bastano due conti (li trovate a pag. 7 qui) per dimostrare che il ROE, sotto condizioni abbastanza generali, è funzione positiva del grado di leva della banca. Se è così, si potrebbe argomentare che il basso ROE è il risultato di una gestione prudente.

Terzo. Ammettiamo pure che il minor grado di leva giustichi il ROE delle banche italiane. Tutto bene, quindi? Per niente!!! A voler essere onesti, credo che garantire ai propri azionisti un ritorno sull’equity tra l’1% e il 2% sia non attraente da qualsiasi parte la si guardi, e non mi stupisce perciò che Blackrock sia uscita da Unicredit quando sono circolate voci di un aumento di capitale (che notoriamente comporta una ulteriore diminuzione del ROE nei trimestri successivi). A meno che quel ritorno sia garantito ad azionisti che hanno interessi aggiuntivi al semplice rendimento finanziario, ad esempio quello della stabilità del sistema creditizio in quanto bene pubblico a livello sistemico. Non è che, alla fine, se le fondazioni non ci fossero bisognerebbe inventarle?

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