Supponete di volervi assicurare contro un evento negativo, ad esempio la possibilità che il valore della vostra casa (che vale 200.000 euro) diminuisca di 100.000 euro a causa di un incendio. Nessun problema: vi rivolgete ad un’impresa di assicurazione, che a fronte del pagamento di un premio si impegna a risarcirvi il danno nel caso in cui questo si verifichi. Dal punto di vista attuariale (e al netto del margine di ricarico dell’assicurazione), il premio che vi viene chiesto è dato dal prodotto tra il valore a rischio (i 100.000 euro di prima) e la probabilità stimata (su un campione di case simili alla vostra, in quartieri simili al vostro, con sistemi di riscaldamento simili ai vostri, etc.) che quell’evento accada. Se la probabilità è del 5% all’anno, per assicurarvi dovete pagare (100.000 X 0.05) = 5.000 euro.

Supponete ora che la probabilità che la vostra casa vada a fuoco nel giro di un anno sia esattamente del 100%, e che anche l’assicuratore lo sappia. Ovviamente, il premio che qualsiasi compagnia vi chiederebbe in questo caso è esattamente di 100.000 euro. Tecnicamente non c’è alcun contratto assicurativo sottostante, si tratta semplicemente di una partita di giro (con una mano cedete 100.000 euro, e con l’altra ve li riprendete indietro). Anzi, ci rimettete pure, dato che sicuramente dovete pagare alla controparte il disturbo per prestarsi al giochetto.

Perché farlo, allora? Beh, se siete una banca un paio di buoni motivi ci sono: 1) vi potete presentare a mercati e regolatori con coefficienti patrimoniali più solidi; 2) rimandate al futuro la necessità di svalutare le perdite di portafoglio, e fate in tal modo un bel make-up al vostro bilancio contabile.

Partendo da una recentissima nota di richiamo emessa dal Basel Committee of Banking Supervision, la faccenda è raccontata in questa formidabile serie di post – nell’ordine qui, qui e qui – da Lisa Pollack su FT Alphaville. Tradotto in italiano e in termini semplici, la cosa funzione in questo modo.

Prendiamo due banche, A e B. La banca A detiene in portafoglio 5 miliardi di uno strumento derivato, ad esempio un RMBS. A fronte di questo, per esigenze regolamentari (Basilea II) deve mettere da parte una certa percentuale di capitale (il numeratore del cosiddetto coefficiente patrimoniale Tier 1) che dipende dalla rischiosità del titolo. Se quest’ultimo ha un rating basso, la percentuale è del 100%; se il rating è migliore, la percentuale diminuisce. Supponiamo inoltre che il rating sia effettivamente basso, che quei 5 miliardi ora valgano la metà, e non ci sia più alcuna possibilità di recuperare. A questo punto la banca A ha di fronte due strade.

La prima consiste nello svalutare la posta, portando a bilancio la perdita e coprendola con capitale proprio. Con la duplice conseguenza di abbattere il capitale a stato patrimoniale, e di registrare perdite a conto economico. Mmhhh …, brutto segnale per il mercato, e pessima notizia per gli azionisti, che per certo saranno poco generosi nella prossima gratifica natalizia al management.

Oppure la banca A si rivolge alla banca B, e le chiede di “venderle protezione” contro le perdite del titolo, stabilendo che lo scambio di denaro avvenga dopo un certo lasso di tempo, ad esempio 24 mesi. Facciamo i conti. Dunque, 2,5 miliardi di valore a rischio, con probabilità 100%: mi sa che il premio fa proprio 2,5 miliardi, a cui va aggiunto almeno il 5% per il disturbo di B. Ricapitolando: A compra protezione per perdite (certe) per 2,5 miliardi, pagando a B un premio assicurativo di 2,625 miliardi, e B si presta al gioco in quanto intasca  in 24 mesi 125 milioni netti senza muovere un dito. Ma perché A dovrebbe farlo, allora?

Perché tra le pieghe della normativa Basel II si trova una clausola che, tradotta in lingua corrente, dice così: nel caso in cui una parte del portafoglio sia protetta con contratti assicurativi (i 2,5 miliardi dell’esempio), la percentuale di capitale da mettere a copertura del rischio è quello associato alla rischiosità di chi vende la protezione. Ergo, se prima i 2,5 miliardi di un titolo BB+ “mangiavano” alla banca A una somma analoga in capitale Tier 1, ora è sufficiente mettere da parte una percentuale legata al rating della banca B. Se questo è buono, si tratta di decine e decine di punti percentuali in meno. Poiché un alto Tier 1 implica minore rischiosità percepita da parte del mercato, e quindi tassi di interesse più bassi quando si vanno a chiedere fondi sul mercato obbligazionario o sull’interbancario (a proposito, esiste ancora?), la cosa è perfettamente razionale e conveniente. Ricordando inoltre che la registrazione ufficiale della perdita da svalutazione – che rimane invariata, 2,5 miliardi – viene spostata in avanti di un anno, e che fino ad allora se ne rimane ben nascosta nelle pieghe del bilancio.

In gergo, si parla di arbitraggio regolamentare. Prima la Fed (un anno fa), e solo ora il Basel Committee hanno cominciato ad avvisare la banche che il giochetto non può continuare in eterno senza che i regolatori intervengano. Ma è come chiudere la stalla dopo che i buoi sono scappati. Oltre alla spiacevole sensazione che, per una che se ne scopre, altre 100 ne sfuggono.

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