Poche settimane prima che l’Euro compisse un anno di vita (la data di nascita ufficiale del pargoletto è il 1 gennaio 1999), in quel di Stoccolma un austero signore Canadese di nome Robert A. Mundell riceveva lo Sveriges Riksbank Prize in Economic Sciences in Memory of Alfred Nobel (per gli amici, più semplicemente “Nobel per l’economia”) per i suoi contributi alla teoria delle aree valutarie ottimali, in gran parte pubblicati negli anni ’60 del secolo scorso.
Di che cosa si occupava all’epoca Mundell, di così importante da valergli cotanto riconoscimento? Di rapporti debito/Pil o deficit/Pil, tipo quelli definiti a Maastricht? Beh, non proprio. Il nocciolo del lavoro che ha dato il via all’intero filone di letteratura consiste nel capire sotto quali condizioni un’unione monetaria tra nazioni – ognuna delle quali decide di abolire la propria moneta per adottarne una comune – ha concrete speranze di sopravvivere.
Prendete due paesi – facciamo a caso? Germania ed Italia? – che decidono di rinunciare rispettivamente al Marco e alla Lira, e di adottare al loro posto l’Euro. Arriva una profonda crisi economica globale, dalla quale i due paesi escono con modalità diverse. La Germania ha una struttura che le consente di agganciare velocemente la ripresa dei paesi emergenti (imprese di medie dimensioni leader di mercato nei rispettivi settori, forte vocazione all’export), e sperimenta un forte aumento della domanda (ad esempio, un sacco di ricchi Cinesi vogliono comprarsi una Mercedes o una BMW), mentre in Italia – con una struttura produttiva tecnologicamente meno avanzata e un tessuto polverizzato di micro-imprese – accade il contrario (per l’ovvio motivo che chi in Cina si compra una SLK Premium rinuncia ad acquistare una Grande Punto, sempre per rimanere all’esempio). In Germania avremo una fase di espansione, avanzo di partite correnti e pressioni al rialzo sui prezzi; in Italia, disoccupazione, disavanzo di partite correnti, e deficit di bilancio pubblico (da un lato entrano meno tasse, e dall’altro dobbiamo spendere di più per sussidi e integrazioni al reddito). Se il bilancio pubblico italiano continua a peggiorare aumentano gli spread tra Bund e BTP perchè aumenta la probabilità che non si riesca a ripagare interamente il debito che si va via via accumulando, e parte una giostra che ormai conosciamo a memoria. Come si fa a riequilibrare la situazione senza poter contare sulla leva del tasso di cambio, dato che ora abbiamo una valuta comune?
Mundell fa vedere che di modi per tornare alla normalità ne esistono tre.
(1) Se i salari sono sufficientemente flessibili, questi cominceranno a diminuire in Italia e ad aumentare in Germania. I beni tedeschi diventeranno sempre più cari, mentre quelli italiani sempre più competitivi. Come abbiamo già discusso in questo blog un po’ di tempo fa (qui e qui), tuttavia, i salari nominali quasi mai (per non dire mai e basta) si aggiustano verso il basso. Dato che ciò che conta alla fine sono i salari reali, il gioco di prestigio deve essere fatto dall’inflazione, che bisognerebbe fosse molto più alta in Italia che non in Germania (così che, anche se i salari nominali rimangono costanti, quelli reali possano scendere). Con alcuni problemi conseguenti, però. Primo, che a rigor di logica e a voler rimanere fedeli al caso che stiamo analizzando, l’inflazione dovrebbe essere più alta in Germania piuttosto che in Italia, portando ad un aggiustamento nella direzione sbagliata; secondo, che se anche si riuscisse a invertire la dinamica dei prezzi in modo che questi crescano più velocemente in Italia rispetto alla Germania, l’unica banca centrale in circolazione – la BCE – dovrebbe fare da notaio ad un simile stato di cose, evento alquanto improbabile; terzo,  che una ripresa dell’inflazione su valori del 4-5% – quella che occorrerebbe alla bisogna – non appare plausibile su un orizzonte temporale di breve-medio periodo.
(2) Una possibile alternativa è che la autorità fiscali in Germania comincino ad aumentare le imposte (riducendo così domanda aggregata e avanzo di partite correnti) e usino il ricavato per trasferirlo in Italia. Detto in altri termini, occorre che l’unione monetaria si doti di un bilancio centralizzato in grado di redistribuire risorse, prelevandole dalle regioni più ricche e distribuendole a favore delle regioni in cui si verifica una riduzione del reddito (risk-sharing, in gergo). Tutta la diatriba su funzionamento ed entità dell’EFSF verte alla fine su questo. Aggiungo che sarebbe opportuno alzare il livello del dibattito, magari partendo da qui: non è assolutamente necessario essere d’accordo su tutto, ma almeno incanaliamo la discussione su un sentiero più serio.
(3) Esiste una terza possibilità: un aumento della mobilità del lavoro all’interno dell’area valutaria comune. I lavoratori italiani disoccupati emigrano in Germania, dove c’è un eccesso di domanda di lavoro, e questo porta verso un riequilibrio in entrambi i paesi (perchè in Germania l’offerta di lavoro aumenta, mentre in Italia diminuisce). Se volete, chiamatela pure fuga dei cervelli, perchè questi sono sicuramente i primi a partire. Anche se prima o poi devono (ri-)partire anche le braccia.
Nessuno delle tre opzioni è piacevole, nel senso che sicuramente qualcuno ci rimette: gli Italiani nei casi (1) (… salari più bassi) e (3) (… emigrazione), e i Tedeschi nel caso (2) (… chissà come si traduce Pantalon de’ Bisognosi in tedesco). Che ci si indigni o meno la realtà è questa, e bisogna che la politica a livello europeo – leader, partiti politici, movimenti di opinione e gruppi più o meno organizzati – cominci seriamente a fare delle scelte. Sempre che alla fine l’obiettivo condiviso sia quello di salvare l’Euro. Se così non fosse basta dirlo, che ci si organizza.

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