Lasciare indietro un’intera generazione è uno dei più atroci crimini che si possa compiere contro l’umanità. Protestare per avere diritto ad un futuro è giusto. Punto. Occorre però usare sempre e comunque il cervello, e non rincorrere slogan. Se si sbaglia il bersaglio delle critiche, tutto continuerà come prima, e qualsiasi sforzo sarà stato drammaticamente inutile. Fornisco qui un piccolo contributo per orientare il dibattito lungo binari che reputo più solidi di molti degli argomenti che ho sentito in giro. Se qualcuno vorrà seguirmi nel ragionamento e volesse cominciare a discuterne, è il benvenuto e mi troverà al mio posto.
Giusto per fissare le idee uso una versione ultra-semplificata del modello insider-outsider messo a punto da Assar Lindbeck e Dennis Snower. L’idea di fondo è molto semplice: a meno di casi eccezionali, l’insieme dei lavoratori non può essere omogeneo. Da un lato troviamo chi un lavoro ce l’ha (gli insider), dall’altro chi è disoccupato (gli outsider). I due gruppi hanno interessi contrapposti, dato che chi già lavora ha interesse a mantenere il proprio posto e contemporaneamente a portare a casa il massimo salario possibile, mentre chi non lavora ha interesse a trovare un lavoro e basta (ovviamente pagato sopra il minimo in grado di garantirgli la sopravvivenza). Nel momento in cui si rinnovano i contratti di lavoro, che stabilendo un salario contrattuale valido per tutti contribuiscono a definire quante persone lavoreranno e quante no (nel senso che se fisso un salario molto alto, le imprese domanderanno poco lavoro; se invece fisso un salario più basso, più lavoratori saranno assunti), si contrappongono gli interesse delle imprese e dei lavoratori. Ma non di tutti i lavoratori, e qui sta il punto nodale: solo degli insider, dato che chi un lavoro non ce l’ha (outsider) non può ovviamente contrattare con nessuna controparte. Il fatto che in molti casi, tra cui l’Italia, non siano i lavoratori a firmare direttamente i contratti, ma questi siano sottoscritti da organizzazioni che li rappresentano (sindacati) è ininfluente, dato che a un sindacato si iscrive chi lavora. In altri termini, un sindacato rappresenta gli interessi non di tutti i lavoratori, ma solo degli insider. È probabilmente superfluo aggiungerlo, perché l’avrete già capito da soli, ma chi entra per la prima volta nel mercato del lavoro (un giovane tra i 16 e i 24 anni) è outsider per definizione. E passiamo ora al modellino vero e proprio.
Usiamo una versione linearizzata, dove tutte le variabili sono espresse in logaritmi. Abbiamo tre equazioni che descrivono come funziona l’intero sistema macroeconomico. La prima è una funzione di produzione aggregata:

ys = n              (1)

dove ys è il PIL reale prodotto ed offerto sul mercato dei beni, mentre n è la quantità di lavoro necessario per produrlo (e quindi rappresenta il livello di occupazione). La seconda equazione è data dalla domanda aggregata yd:

yd = a + m – p                        (2)

che dipende da una componente autonoma a, che possiamo interpretare come una proxy del grado di integrazione del paese nell’economia mondiale e dell’influenza proveniente dal ciclo economico internazionale, più una componente della domanda aggregata interna, che dipende dalla quantità reale di moneta (m – p) decisa da un’autorità di politica economica (diciamo la banca centrale). L’ultima equazione stabilisce come le imprese determinano i prezzi di vendita dei beni finali. Se valgono le condizioni di concorrenza perfetta, il prezzo è fissato al costo marginale, e quindi:

p = w.             (3)

L’equilibrio sul mercato dei beni (ys = yd), insieme all’applicazione del pricing basato sui costi marginali, implica che il livello di occupazione in equilibrio sia:

n = (a + m) – w                (4)

A parità di altre condizioni, l’occupazione aumenta se aumenta la domanda globale proveniente dall’estero (a cresce) e se l’autorità di politica economica adotta una politica espansiva (m cresce). Il punto fondamentale è che, se a ed m rimangono costanti, l’occupazione dipende negativamente dal livello del salario: se w cresce n diminuisce, e viceversa.
Facciamo un piccolo passo in avanti dal punto di vista logico, e rendiamoci conto che quanto le parti si siedono al tavolo per stabilire un nuovo contratto di lavoro (ad esempio di durata triennale), i parametri a ed m non possono essere conosciuti con certezza. Tutto quello che si può fare è formarsi un’aspettativa su quello che sarà. Indicando con l’apice e i valori attesi futuri, nello stabilire un livello contrattuale del salario ciò significa individuare un valore dell’occupazione atteso:

ne = (ae + me) – w                   (5)

La contrattazione tra datori di lavoro e lavoratori avviene sul salario w. Da questo punto di vista possiamo ipotizzare due casi limite.

i)        Notate che le imprese possono massimizzare ciò che producono se assumono quante più persone possibile, dato che ys dipende positivamente da n. D’altro canto, ciò sarà possibile solo se il salario w scenderà abbastanza. Supponiamo che il livello di pieno impiego, nel quale non esistono disoccupati (e quindi nemmeno outsider) sia n*. Se tutto il potere contrattuale è in capo alle imprese, queste fisseranno un salario contrattuale di equilibrio w* tale da garantire l’eguaglianza tra il livello occupazionale atteso e il pieno impiego, ne = n*.
ii)      Se tutto il potere contrattuale è nelle mani degli insider, questi fisseranno un salario w’ in grado di garantire a tutti gli occupati del periodo precedente il mantenimento del proprio posto, cioè ne = n-1.

Nella realtà, il potere contrattuale non è mani nelle mani di una sola parte. In tutti i casi intermedi tra i due estremi sopra specificati, il salario stabilito contrattualmente sarà tale da garantire un livello occupazione atteso dato da:

ne = n-1 + q(n*ne)               (6)

dove q misura la forza contrattuale delle due controparti: quanto maggiore è q, tanto maggiore è la forza contrattuale delle imprese e minore quella degli insider, e viceversa. Raccogliendo ne, e stabilendo che f = [1/(1 + q)], abbiamo

ne = f n-1 + (1 – f)n*.              (7)

Notate che f = 1 quando q va a zero (comandano gli insider), mentre tende ad 1 quando q tende ad infinito (comandano le imprese). A questo punto dobbiamo calcolare quale valore del salario w sarà stabilito in contratto, se implicitamente ci si è messi d’accordo sul fatto che il valore atteso dell’occupazione sarà quel ne calcolato nell’equazione (7). L’operazione è semplice, dato che basta sostituire il valore trovato per ne nella (7) all’interno dell’equazione (5). Risolvendo per w otteniamo

wb = (ae + me) – [fn-1 + (1 – f)n*]                        (8)

dove ho indicato con wb il salario reale che viene contrattato (in inglese bargained, da cui il b) tra le parti. Il salario wb sarà pagato a tutti i lavoratori che un lavoro riusciranno a trovarlo. Ma il numero di quanti lavorano dipende effettivamente da quale valore assumono quei parametri che abbiamo prima lasciato avvolti incertezza: a ed m. Prendete wb e andate a sostituirlo nella (4), e troverete:

n = fn-1 + (1 – f)n* + (aae) + (mme)                   (9)

dove gli ultimi due termini all’interno delle parentesi tonde sono interpretabili come shock, cioè lo scostamento tra ciò che effettivamente osserviamo e ciò che ci aspettavamo fosse il valore di quel fenomeno. Abbiamo quindi due shock: uno da domanda, che dipende ad esempio dalla dinamica dell’economia globale (del tipo, da come vanno gli altri paesi della UE, o da quanto riusciamo ad esportare nei BRICs); e uno da policy (qui ho usato la politica monetaria, per un motivo che mi tornerà buono tra un attimo; ma se usavo la politica fiscale non cambiava nulla nel ragionamento complessivo). Trasformiamo ora il tutto in una legge di moto della disoccupazione, definendo la disoccupazione con u = n* – n, e indicando gli shock con la notazione xi = (i – ie), per i = a, m. La (9) diventa:

u = fu-1– xa – xm                     (10)

da cui possiamo ricavare almeno due insegnamenti.

1)      La disoccupazione oggi dipende positivamente dalla disoccupazione di ieri. Il grado di persistenza nello status di disoccupato è dato da f, che a sua volta dipende da chi ha maggiore potere contrattuale in sede di rinnovo dei contratti collettivi nazionali di lavoro. Nel caso in cui tutto il potere è nella mani degli insider (f = 1), chi è disoccupato rischia di rimanerci per moltissimo tempo, a meno che non vi siano una serie di shock favorevoli (ad a ed m) in grado di far scendere la disoccupazione. È chiaro che le imprese, anche volendolo, farebbero scendere il tasso di disoccupazione assumendo di più solo se in cambio potessero pagare salari più bassi: non esistono pasti gratis! Il trade-off esiste, ed è necessario esserne consapevoli. Se sei tra gli insider sei al sicuro, e contratti per ottenere il massimo salario possibile minimizzando la probabilità di perdere il lavoro. Se sei un outsider, nessuno contratta per te, e rischi di rimanere tagliato fuori dal mercato del lavoro con una probabilità tanto più grande quanto maggiore è il potere contrattuale degli insider.
Rileggetevi alla luce di quanto ora visto questo pezzo del Wall Street Journal. La parte che ci interessa ve la riporto qui per comodità:

Among the raft of overhauls that Italy’s government aims to rush through Parliament by September is a measure that would allow companies and unions to agree to opt out of labor regulations that have deterred the hiring of young workers.
But the proposals have drawn heated opposition from Italy’s powerful unions. “This would damage the rights of all workers in order to help the young,” says Vincenzo Scudiere, head of industrial relations for CGIL, Italy’s largest union.

Più esplicito di così?

2)      Le banche centrali in giro per il mondo sono state indicate come uno dei protagonisti della crisi. Nel modellino più sopra, in realtà, se la banca centrale pompa liquidità espande la domanda aggregata, e contribuisce a diminuire la disoccupazione. Quindi l’effetto è positivo, non negativo. Pretendere che i non addetti ai lavori siano anche in grado di sapere cosa fa o non fa la politica monetaria forse può voler dire chiedere troppo; ma pretendere che prima di lanciare sassi e vernice verso persone e palazzi ci si informi, beh quello secondo me è il minimo. OK, ho anche colto l’altro punto, cioè che la grande accusa degli indignati è quella di aver salvato dal fallimento degli avidi banchieri, e in tal modo di aver contribuito ad affamare il resto del popolo. Il problema vero è che le cose non stanno affatto così. La Fed, la BCE e le altre banche centrali non hanno salvato i banchieri di per sé, hanno salvato le banche. Hanno cioè garantito che il servizio di intermediazione del credito e di fornitura di mezzi di pagamento liquidi – senza i quali qualsiasi sistema economico basato sull’uso della moneta semplicemente smette di funzionare – fosse assicurato anche in presenza di eventi estremi come quelli succeduti al fallimento di Lehman Brothers. Nel nostro modello, è stato generato uno shock xm positivo, che come abbiamo visto ha l’effetto di far abbassare la disoccupazione, perchè attraverso quello si è tentato in qualche modo di controbilanciare un fortissimo shock su a negativo (cioè la crisi economica globale). Ha una qualche idea, chi usa argomenti di tal fatta (a proposito, il riferimento a Krugman e Blanchard è semplicemente ridicolo, per chiunque ha letto sul serio quei manuali), cosa sarebbe potuto accadere se non ci fosse stato l’intervento con mezzi non convenzionali da parte delle banche centrali? Se si, perchè non ce lo spiega? Ma, siccome l’alternativa al funzionamento del sistema finanziario è l’economia di baratto, io credo che in realtà la risposta sia no.

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