Sta facendo molto discutere il decalogo per salvare la patria proposto un paio di giorni fa sulle colonne del Sole24Ore da Roberto Perotti e Luigi Zingales (d’ora in poi PZ). Mi sembrano proposte in alcuni casi condivisibili (anche se per nulla originali), ma in altri casi dotate di un fastidioso retrogusto demagogico e/o snobistico. Provo a commentare punto per punto.


1 Privatizzazioni per almeno 140 miliardi con un risparmio di circa 5 miliardi di interessi l’anno.  Abbiamo fatto un rapido calcolo di quanto si potrebbe ricavare dalla privatizzazione delle maggiori aziende: Eni, Enel, Poste, Ferrovie, Finmeccanica, Fintecna, Cassa depositi e prestiti, Rai. Queste privatizzazioni (e quelle di molte altre partecipate) non solo ridurrebbero la spesa per interessi, ma darebbero un segnale molto forte ai mercati e agli italiani, e toglierebbero il terreno sotto i piedi al clientelismo, all’inefficienza e alla corruzione. Per accelerare queste privatizzazioni lo stato può conferire le sue proprietà in uno o più fondi privati che gli pagherebbero immediatamente l’80% del valore stimato (finanziandosi con debito), pagando poi il resto a vendite avvenute.

L’Italia ha già conosciuto una ondata di privatizzazioni estremamente importante tra il 1992 e il 1999, per un controvalore di 178.000 miliardi di lire (circa 92 miliardi di euro). Sono state privatizzate le banche d’interesse nazionale, è stata smantellato l’IRI, sono state privatizzate Telecom, INA, IMI, parte di ENEL, e chiuso definitivamente il Ministero delle Partecipazioni Pubbliche. La proposta è quella di completare quel lavoro a metà da oltre un decennio? Se volessimo essere seri, occorrerebbe prima dire che privatizzare senza liberalizzare e regolamentare è una pura operazione di cassa di breve respiro, che non intacca in alcun modo il sistema di clientelismo, inefficienza e corruzione, ma che lo trasferisce semplicemente al sottobosco tra affari e politica (come numerosi casi di cronaca recente hanno dimostrato, caso mai ve ne fosse bisogno). Vogliamo parlare, ad esempio, della vicenda Telecom (che, soprassedendo sui trascorsi di cambi di proprietà legati alle scorribande della nuova razza imprenditoriale padana di Gnutti e Co., è in questi mesi oggetto di indagine da parte dell’AGCM (leggi Antitrust) per doppio abuso di posizione dominante)? By the way, Zingales siede nel CdA di Telecom ininterrottamente dal 2007; il garantismo è d’obbligo, ma se l’Antitrust dovesse condannare Telecom (la fine d’indagine è prevista per dicembre 2011), io mi aspetto almeno le dimissioni (le scuse no, sono troppo smaliziato per aspettarmi anche quelle).
Dimenticavo, ma chi le comprerebbe alla fine quelle aziende? Qualche investitore straniero? Per me va bene; l’italianità non è un valore assoluto, e spesso è un argomento usato in maniera idiota. Però, cribbio, se da un lato sono d’accordo sul fatto che il latte e suoi derivati non possono essere certo considerati settori strategici d’interesse nazionale, qualche dubbio sull’energia ce l’ho pure io. Neanche il più liberista tra i presidenti degli USA accetterebbe che le principali compagnie petrolifere statunitensi finissero sotto controllo di qualche fondo sovrano di Dubai. E da noi si? Alternative? La public company all’americana, con il management che controlla la vita dall’azienda in presenza di una azionariato polverizzato tra milioni di piccoli risparmiatori? Quell’esperimento lì è fallito in Italia già ai tempi di Montedison, non credo che nessuno abbia voglia di ripeterlo. Allora, per cortesia, meno demagogia e più serietà. È vero che non abbiamo una cattedra in una università della Ivy League, ma non abbiamo nemmeno l’anello al naso.
Detto questo, ma solo detto questo, sono d’accordo: privatizziamo più che possiamo, ma con un serio piano di regolamentazione dei mercati in testa. Non trovarne cenno nel decalogo qui (ma più avanti si, ci ritornerò) mi irrita alquanto.

2 Esproprio della moderna manomorta: per 50 miliardi con un risparmio di circa 2 miliardi di interessi l’anno. Quando volle rilanciare l’economia del Piemonte Cavour espropriò la manomorta ecclesiastica: non solo per questioni di bilancio, ma perché le proprietà della chiesa venivano gestite male e frenavano la crescita economica. Le fondazioni bancarie sono la manomorta dei nostri tempi. È una proprietà dei contribuenti che fu appropriata dai politici con la legge Amato, e che oggi è fonte di prebende e di influenza politica sotto il mantello della funzione sociale. Riappropriarsi di quei patrimoni rivendendoli per diminuire il debito pubblico non aiuterebbe solo il bilancio dello Stato, ma libererebbe la vita economica dell’intermediazione politica.

Ammetto fin da subito il mio conflitto d’interessi: faccio parte del CdA di una delle principali fondazioni d’origine bancaria italiane. Ciò nonostante (o meglio, proprio per questo), il punto mi sembra delirio allo stato puro. La questione mi sta a cuore, e preferisco trattarla come merita in un post dedicato, che prometto fin d’ora di inserire nel giro di qualche settimana. Per il momento mi limito a segnalare che la fondazione della quale faccio parte io distribuisce (su due provincie del Veneto) 50 milioni di euro l’anno di fondi destinati alla riqualificazione del patrimonio artistico/museale, al finanziamento della ricerca scientifica, alle attività socio-assistenziali, alla difesa dell’ambiente, sostenendo l’attività di centinaia di Onlus ed Enti locali. E già che ci sono, anticipo pure il fatto che una legge del 2004 ha imposto a tutte le fondazioni bancarie di far scendere al di sotto del 50% dei componenti degli organismi di controllo le persone nominate o indicate dalle amministrazioni pubbliche. Il resto (cioè la maggioranza) viene indicato dalle associazioni di categoria, dagli ordini professionali, dalla istituzioni culturali, in due parole dalla “società civile”. Infine, le fondazioni sono entità di diritto privato (come riconosciuto nel 2003 dalla Corte Costituzionale). Ma non erano i comunisti quelli che espropriavano la proprietà privata?  

3 Privatizzazioni delle municipalizzate per 30 miliardi con un risparmio di circa 1 miliardo di interessi l’anno. Il Tesoro stima in 100 miliardi il valore di libro delle attività delle aziende municipalizzate. Tenendo conto dei debiti e di un possibile sconto di mercato stimiamo che si possano raccogliere circa 30 miliardi. Ovviamente queste privatizzazioni necessitano di regolamenti per evitare l’abuso del potere di mercato di cui alcune di queste imprese godono.

Come si fa a non essere d’accordo, in via di principio? Ma anche in questo caso la demagogia serve a poco o nulla. C’è appena stato un referendum, e gli italiani si sono espressi in maniera palese: che piaccia o no (e ammetto che a me non piace affatto) i servizi pubblici locali devono restare in mano pubblica. Perché è vero che si è ragionato solo sull’acqua, ma il risultato è quello lì, e sotto sotto lo sapevano tutti. E allora? Che si fa? Si va contro la volontà popolare, e si privatizza d’imperio? Per dei liberisti non mi sembra una domanda da poco. Risponderanno mai?
Inoltre, il richiamo alla necessità di regolamentazione di alcune di queste imprese – mentre non se ne faceva riferimento al punto 1 – mi lascia perplesso. Chi offre servizi pubblici locali opera quasi sempre in condizioni di monopolio naturale. È perciò naturale che debba essere regolamentato. Ma considerazioni simili valgono anche per chi opera a livello nazionale nel settore della telefonia, o della distribuzione del gas, o della distribuzione dell’energia elettrica, o dei servizi postali, e in questo caso la cosiddetta cattura del regolatore (leggi “corruzione e/o concussione”) non credo sia meno preoccupante, dato che i soldi in gioco sono molti di più. E allora perché vendere per vendere, senza pensare ad un serio piano di modernizzazione (compresa una moderna strategia di regolamentazione) del settore delle utilities (di qualsiasi natura esse siano)?

4 Riduzione dei costi della politica: circa 8 miliardi. Vi sono molte stime sui risparmi dall’abolizione delle province; usiamo una cifra prudente, e diciamo 3 miliardi. Secondo il Sole 24 Ore di lunedì scorso i costi dei cda delle partecipate, delle auto blu, degli enti intermedi e delle consulenze esterne ammontano in totale a 7,5 miliardi. Questa spesa può essere sicuramente dimezzata senza alcun effetto negativo (anzi, probabilmente con un effetto positivo) sull’efficienza del l’amministrazione pubblica. Il costo complessivo di Camera e Senato è di 1,7 miliardi all’anno. Dimezzando il numero di deputati e senatori (portandolo così vicino alla media europea) e i vitalizi per ex deputati e senatori si risparmiano circa 900 milioni. Anche questa operazione non colpisce alcuna categoria a rischio di emarginazione sociale, e ha effetti positivi sulla crescita, perché innalza la qualità e la competenza dei deputati e senatori rimanenti.

Sono d’accordo.

5 Taglio di sussidi e agevolazioni alle imprese: 5 miliardi. È difficilissimo ricostruire il flusso di sussidi e agevolazioni alle imprese. Una stima prudente è di circa 7 miliardi, ma possono essere molti di più, a seconda dei criteri di calcolo. La stragrande maggioranza sono inutili o dannosi, perché anestetizzano lo spirito d’impresa, inducendo a specializzarsi nell’ottenere sussidi e agevolazioni, invece che a produrre ed innovare, e sono una fonte infinita di corruzione, di diatribe politiche, di progetti inutili, e di frodi vere e proprie.

Sono d’accordo.

6 Eliminazione dei progetti faraonici ed inutili: 3 miliardi. Una delle principali cause del dissesto greco è stata l’Olimpiade di Atene, fonte di corruzione e sprechi. La crisi è un’ottima occasione per ridimensionare alcuni grandi progetti inutili. Una moratoria sulle grandi opere, che consenta solo la manutenzione delle opere già esistenti, di cui invece c’è molto bisogno, porterebbe a un risparmio annuale difficilmente quantificabile: usiamo una cifra prudente e diciamo 3 miliardi.

Anche su questo sono d’accordo, ma stiamo proprio buttando là dei numeri a caso…. E questa sarebbe una proposta operativa?

7 Taglio delle pensioni inique e altri interventi sulle pensioni: 6 miliardi.
Accanto alle tante pensioni vicino al minimo, vi sono circa un milione 600mila pensioni oltre i duemila euro al mese, per un importo di oltre 60 miliardi. Alcune di queste sono totalmente sproporzionate ai contributi versati in passato, e non c’è nessuna ragione né morale né di equità per mantenerle al livello attuale. Da un taglio medio del 5% si possono ricavare 3 miliardi. Insieme con un innalzamento immediato dell’età pensionabile delle donne a 65 anni e con l’indicizzazione al Pil come avviene in Svezia e come proposto da
Tito Boeri e Agar Brugiavini su http://www.lavoce.info, si potrebbe produrre un risparmio da quantificare esattamente, ma diciamo almeno 6 miliardi (le pensioni totali sono 250 miliardi, oltre il 15% del Pil; se non si può ridurre questa voce del 2%, che rigore è?).

Va bene l’innalzamento dell’età pensionabile, e l’indicizzazione al PIL (che è però proposta di Boeri e Brugiavini, e quindi non vale), ma il taglio delle pensioni proposto dal duo PZ è pura fantascienza, e quindi in un’ottica di realismo responsabile puro tempo perso. Ma ci rendiamo conto o no che stiamo parlando di un diritto acquisito, e quindi che un simile progetto aprirebbe un contenzioso amministrativo nei confronti dello Stato di proporzioni megagalattiche? Ma le boutade dobbiamo darle per buone?

8 Taglio degli stipendi pubblici più alti: 5 miliardi. La seconda voce del bilancio pubblico è il monte salari, 173 miliardi, l’11% del Pil. Grecia, Spagna e Irlanda li hanno ridotti; anche noi possiamo fare altrettanto. Da una riduzione media del 3% (ogni ente pubblico può decidere se da minore impiego o minori salari), dolorosa ma non tragica, possiamo ottenere 5 miliardi.

Forse loro non lo sanno, ma a me (dipendente pubblico) quel taglio lì l’hanno già fatto, bloccandomi gli scatti stipendiali biennali almeno fino al 2014. Quindi io (che ho uno stipendio basso, tra l’altro, e non alto) sto già dando, in termini reali, anche più del 3%. Altre proposte, please, perché questa non vale.

9 Aumento delle rette universitarie: 3 miliardi. L’università oggi è quasi gratuita, ma è frequentata soprattutto dai ricchi; i poveri finanziano dunque la laurea dei ricchi. Non c’è motivo per cui chi può permetterselo non paghi l’investimento più redditizio della vita, magari scegliendo tra pagare subito oppure un prestito da restituire in base al reddito conseguito dopo la laurea.

Anche in questo caso la coppia PZ arriva in ritardo. Nella mia Università la riforma del sistema delle tasse universitarie l’abbiamo già fatto da alcuni anni (vedi qui). Quindi anche il punto 9, almeno per università al tempo stesso pubbliche e innovative, non vale.

10 Addizionale Irpef. Con queste misure si risparmiano circa 38 miliardi non riducendo la crescita, ma rivitalizzandola. Restano ancora 22 miliardi (meno dell’1,5% del Pil) da reperire con maggiori entrate. Qui non abbiamo una preferenza specifica. Ovviamente un’intensificazione della lotta all’evasione aiuterebbe, ma sappiamo per esperienza che i risultati richiedono tempo e sono incerti. Una possibilità è un’addizionale Irpef restituibile in caso di successo nella lotta all’evasione: ogni euro recuperato all’evasione viene restituito pro quota a chi ha pagato l’addizionale. Questo ha due vantaggi: è una tassa visibile, per cui i cittadini vorranno sapere che i loro soldi vengono usati bene; e crea un forte incentivo politico a fare sul serio la lotta all’evasione.

Va bè, su questa ci voleva veramente poco: per rientrare dal deficit e ripagare il debito, alziamo le tasse!!! Ma serviva andare a Chicago per pensarla?

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