Mentre la stampa nazionale (qui) ed internazionale (qui) continuano ad elogiare il nuovo miracolo produttivo tedesco e ad indicarlo come il faro da seguire, dal mio punto di vista le cose sono un pochino più complicate. E cerco di spiegare perchè. Come già evidenziato nel post precedente, come in Italia anche in Germania il tasso di crescita del Pil potenziale (che è strettamente imparentato con il tasso di crescita della produttività, nel senso che quello cresce solo se cresce anche quest’ultima) è andato via via calando a partire dagli inizi degli anni ’90. In realtà, questa cosa è stata abbondamente messa in evidenza in alcuni lavori empirici (tipo questo e quest’altro), dove si fanno notare due cose: 1) che durante l’ultimo decennio del secolo scorso, e la prima metà di quello attuale, a livello aggregato la produttività in Germania è calata, e di brutto; 2) che i settori che hanno avuto un destino opposto sono quelli dove si è investito in maniera massiccia in ICT. D’altro canto, sempre facendo riferimento al post precedente, tutto questo va messo assieme al fatto che il tenore di vita (Pil pro-capite reale) è decisamente più alto in Germania che non in Italia.
Quindi, dobbiamo copiare i tedeschi o no? E se si, cosa
esattamente dovremmo copiare? Qualcuno sostiene sopratutto il sistema di relazioni industriali, talmente collaborativo che in molti casi i rappresentanti dei  lavoratori siedono nei consigli d’amministrazione. Peccato che anche in questo caso, quando si vanno a vedere i dati in maniera seria, le cose non sembrano essere così limpide: se la collaborazione in termini di works councils determina un qualche effetto positivo in termini di maggiore produttività, tale effetto è veramente molto piccolo. Questo da solo probabilmente non basta. Ma cosa allora?
Al di là dell’ovvio, e cioè che anche da noi bisognerebbe cominciare seriamente ad ammodernare il tessuto produttivo investendo in maniera massiccia in ICT (il grafico qui a fianco è preso da questo intervento di Ciccarone;
tasso_crescita_capitale la dinamica della componente ICT degli investimenti parla da sola), la tesi che mi convince di più verte sul concetto di varietà di capitalismo. L’idea, sviluppata in maniera compiuta in un libro di Peter Hall e David Soskice, consiste nel riconoscere che la perfomance macroeconomica dipende dal mix di istituzioni (cioè, secondo l’approccio di Douglas North, dI regole del gioco con le quali viene stabilito chi interagisce con chi, con quali strumenti contrattuali, e con quali garanzie) di cui in paese si dota, e che questo determina il grado di collaborazione reciproca, la capacità di introdurre innovazione tecnologica, i meccanismi di contract-enforcement e di coercion- constraining, e così via.
Da questo approccio derivano alcuni aspetti interessanti. Il primo è che due paesi, pur se dotati dell’identico ammontare di capitale umano, di capitale fisico e di conoscenze tecnologiche, possono ottenere risultati aggregati completamente diversi solo perchè hanno capacità di coordinamento diverso. Detto in altri termini, i tedeschi non sono più bravi di noi perchè hanno più ingegneri, o una struttura produttiva meno polverizzata, o una propensione all’export più accentuata (anche se tutte queste cose sono vere …), ma perchè sono in grado di raggiungere un miglior coordinamento a livello di sistema: chi si coordina vince, che non ci riesce perde. Se qualcuno è interessato trova qui
(Strategic complementarities and international divergence) gli aspetti formali della faccenda. Il secondo aspetto interessante è che non è la presenza o assenza di una certa istituzione per volta a determinare il risultato (del tipo, facciamo anche noi l’Hartz IV oppure no), ma la presenza di un vero e proprio mix di istituzioni, che insieme determinano se il sistema di incentivi individuali è coerente con un coordinamento aggregato o no. Giusto per rendere meno fumoso il tutto, provate a dare un’occhiata a questo modo di misurare le varietà di capitalismi, e alle stime che se ne possono ricavare.
Considerazione finale: fare i tedeschi sarà dura, se non capiamo la fondo a complessità della sfida.  

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