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tremonti-draghiVa beh, siamo alle solite. Quando c’è la necessità di parlare di cose serie finisce che la si butta sempre in barzelletta. Questa volta il motivo del contendere è la strategia di politica economica per la crescita dell’economia italiana, che personalmente mi sembra argomento sufficientemente serio da meritare più di una battuta. Il Governatore di Bankitalia dice che bisogna prendere esempio dalle riforme che la Germania ha adottato all’inizio dell’attuale decennio; il Ministro dell’Economia gli ribatte che si tratta di un’affermazione da bambini. E terminato l’inutile battibecco, la questione ritorna in cavalleria. Qualcuno c’ha capito qualcosa?

Provo a dipanare la matassa in questo FNTSC. Che, data la mole degli argomenti in questione, premetto sarà in due puntate. In questa prima parte spiego cosa ha fatto la Germania di così importante da essere additata ad esempio (scusate il vecchio vizio, ma trovo inutile parlare di qualcosa se prima non ci intendiamo su qual è l’argomento) e comincio a dare un’occhiata ad un po’ di dati (altro vecchio vizio, portate pazienza …). Nella seconda parte, che uscirà quando troverò il tempo di scriverla, proverò a buttare sul tavolo due o tre idee research-driven. Ma ogni cosa a suo tempo.   

Germania, dicevamo. Che l’economia tedesca stia uscendo dalla grande crisi ad una velocità doppia rispetto ad altri paesi di Eurolandia, Italia in primis, e che questo sia in qualche modo attribuibile al quadro normativo e di policy che essa si è data è ragionamento che si va sostenendo da qualche tempo. Il New York Times argomenta il punto e va addirittura oltre, sostenendo che la riscoperta della competitività legata ai sacrifici compiuti in un recente passato si accompagna in Germania ad un ritrovato spirito di orgoglio nazionale.

Cosa avranno fatto mai di tanto eccezionale i nostri amici alemanni, oltre ad aver dato i natali agli inizi degli anni ’60 a Lothar Matthäus e Andreas Brehme? Beh, varie cose. Ma quella che qui ci preme è una serie di azioni di politica economica che hanno preso il nome di Agenda 2010. Trovate un po’ di informazioni qui, quo e qua. Per farla breve, eravamo nella seconda metà del 2003, l’economia tedesca era da più parti considerata la grande malata d’Europa a causa dell’alto costo del lavoro e la conseguente diminuzione del tasso di occupazione (badate bene, diminuzione del tasso di occupazione, non aumento di quello di disoccupazione), quando il parlamento tedesco (con al governo Gerhard Schröder, socialdemocratico) approvò un pacchetto di riforme centrate in gran parte su cinque linee di intervento:

1) un taglio fiscale per circa 16 miliardi di euro, in aggiunta ad un precedente intervento di diminuzione delle tasse (fatto l’anno prima) per altri 9 miliardi;

2) un sensibile allentamento delle misure di garanzia e tutela (in entrata e in uscita) per i lavoratori delle imprese, in particolar modo per quelle sotto i dieci dipendenti;

3) una razionalizzazione delle misure di sostegno al reddito delle categorie sociali svantaggiate;

4) il ridisegno del sistema di incentivi finanziari per il reinserimento delle persone che perdono il lavoro;

5) alcuni aggiustamenti al sistema delle esenzioni e deduzioni fiscali, e una sorta di scudo fiscale per chi faceva rientrare capitali in nero come quello fatto da noi l’anno scorso (con la differenza che lì l’aliquota era al 25%, e non al 5%).

Tutto qua? Come spesso accade, la risposta è si e no. Si, nel senso che Agenda 2010 era effettivamente centrata su questi punti, che comunque sono non trascurabili, soprattutto i primi due. E su cui torneremo a tempo debito. No, perché l’economia tedesca è sempre stata in grado di produrre un maggior livello di benessere di quella italiana, anche ben prima delle tanto sbandierate riforme del dicembre 2003. In altre parole, se vale l’invito a fare come la Germania, allora dovremmo preoccuparci di capire come funzione il sistema Germania nel suo complesso, riconoscendo che quel pacchetto di riforme si è innestato su un ben definito quadro normativo e di regolazione dei rapporti socio-economici. Come detto, tuttavia, per il momento fermiamoci a guardare un po’ di dati.

Quelli che riporto nel grafico qui sotto sono le serie storiche del Pil pro-capite in termini reali per Germania e Italia (dati annuali, fonte Eurostat), insieme ai rispettivi trend, che possiamo interpretare come il sentiero di crescita sostenibile di lungo periodo (per gli appassionati, ho calcolato il trend per mezzo di un filtro low-pass Hodrick-Prescott). L’uso del Pil espresso in termini pro-capite è abbastanza raro da parte dei mass-media, ma si tratta dell’indicatore che meglio cattura il livello del tenore di vita medio degli abitanti di una nazione, e permette comparazioni anche tra paesi molto diversi per dimensione geografica e popolazione (i tedeschi sono circa venti milioni più di noi).

 pc_gdp

Come si può osservare, in media il tenore di vita in Germania è da decenni superiore a quello italiano di circa il 20%, e la forbice si è drammaticamente allargata a partire dai primi anni 2000. Rimane da capire se la cosa è attribuibile ad uno scatto tedesco (come sostengono i fautori della necessità di importare in Italia il “modello Agenda 2010”, sic et simpliciter), o se la colpa non sia piuttosto da attribuire ad un ulteriore peggioramento della dinamica della nostra economia. Per provare a dipanare la matassa, ho calcolato i tassi di crescita di quello che prima abbiamo chiamato sentiero sostenibile di lungo periodo (il trend). Riporto i dati nel grafico qui sotto.

 growth

Osserviamo tre cose. La prima è che il tasso di crescita del tenore medio di vita tende a calare lungo l’intero orizzonte temporale sotto osservazione (ho detto il tasso di crescita, non il livello del tenore di vita), e che il fenomeno è comune a Italia e Germania. La seconda è che l’effetto del pacchetto di riforme di cui ci siamo occupati sopra appare modesto, avendo al massimo contribuito a stabilizzare per un po’ la crescita del Pil pro-capite tedesco su valori in linea con quelli del decennio precedente, prima che la grande crisi entrasse in scena. Terzo, che i primi anni dell’attuale decennio hanno visto un netto de-coupling delle due economie dovuto però esclusivamente ad un netto peggioramento di quella italiana, e non un improvviso recupero di quella tedesca.

Azzardo un commento spot: per come siamo messi, affermare che l’Italia deve fare come la Germania nel 2003 è, più che uno scontato vociare da bambinetti, un voler puntare perfino troppo in basso. Il resto alla prossima puntata.

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