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L’Istat ha pubblicato le nuove serie storiche della produttività per il periodo 1980-2009 (qui i dati, qui un commento sul Sole24Ore). Le notizie sono negative: il sistema Italia è praticamente fermo da un decennio, e anche su un orizzonte temporale più lungo perdiamo sistematicamente terreno rispetto ai nostri principali partner commerciali. Nulla di nuovo. La necessità di riforme strutturali serie- sul mercato del lavoro (vedi alla voce: contratto unico versus precariato), sugli ammortizzatori sociali (vedi alla voce: flexicurity), sulla tassazione (vedi alla voce: spostamento del peso delle tasse dai redditi al patrimonio), sulla regolamentazione della concorrenza (vedi alla voce: liberalizzazioni) – è nota da tempo ai più. Rimane da capire perché, se tutti sono d’accordo sulla loro necessità, alla fine si fa poco o nulla. Tornando alla situazione contingente, nel triennio della grande crisi 2007-09 la produttività media del lavoro è scesa del 2,7% all’anno. Normale, e financo positivo, direte voi: se c’è crisi, si produce meno; ma se le imprese non licenziano (resistono, per usare il gergo di Gros Pietro) la produttività nel breve periodo non può che scendere. E quando la congiuntura ripartirà …..

Già, … e quando ripartirà? Beh, qui le cose dal punto di vista teorico possono andare in direzioni opposte. Qualcuno sostiene che le recessioni fanno bene alla produttività di lungo periodo, dato che una crisi costringe le imprese meno produttive a chiudere, liberando risorse (capitale e lavoro) che possono trovare impieghi in settori e/o imprese più produttive. Una crisi, in fondo in fondo, ha perciò un effetto benefico, perché costringe a fare un po’ di pulizia (cleansing effect). Qualcun altro sostiene il contrario, tuttavia, e cioè che le recessioni hanno un costo sulla produttività che si trascina ben al di là della loro durata. Perché? Perché gli incrementi di produttività si associano di solito a innovazioni di prodotto o di processo, e queste innovazioni sono legate agli investimenti. Se durante una crisi le imprese diventano pessimiste sul loro futuro, diminuiscono gli investimenti (che sono pur sempre delle scommesse sul futuro) e di conseguenza danno un calcio alla possibilità di uscire dalla crisi con una produttività più elevata (risk-averse effect). Come detto, dal punto di vista teorico le due storie sono entrambe plausibili. Per sapere quale delle due tende a prevalere, non rimane che guardare i dati. Con Emiliano Santoro abbiamo studiato il caso Italia, giungendo alla conclusione che per il nostro paese la storia che vale è la seconda. Da cui si torna al punto di partenza. Come uscirne? Con le riforme. Con quali? Ancora una volta, il dibattito è aperto.

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