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Inizio oggi una nuova rubrica (la cui periodicità, avverto fin d’ora, sarà abbastanza erratica). In forse non tutti sanno che … proverò a mettere in fila in maniera (spero) ordinata dati ed evidenze empiriche su argomenti caldi, e quindi in quanto tali spesso soggetti a mistificazioni e letture di parte. Cominciamo con un tema che continua a formare oggetto di polemiche tra maggioranza e opposizione, vale a dire le prospettive di crescita dell’Italia una volta superata la crisi. 

Un buon punto di partenza è il World Economic Outlook dell’OECD (2009 June, vol.85), secondo il quale nei prossimi anni dovremo aspettarci una riduzione secca del 4,1 % del PIL potenziale reale di medio periodo, rispetto a quello che potrebbe essere stato se la grande crisi del 2008-09 non ci fosse stata. A ciò occorre poi aggiungere il fatto che il tasso medio di crescita previsto sarebbe comunque diminuito per motivi indipendenti dalla crisi (di fatto, per il progressivo invecchiamento della popolazione nei paesi industrializzati, che implica una diminuzione dell’offerta complessiva del fattore lavoro) di circa mezzo punto percentuale. A fini esplicativi, nel grafico a fianco ci muoviamo lungo il sentiero rosso, invece che su quello verde (che ha comunque una pendenza inferiore al sentiero nero). growthA cosa è dovuto il gap? Due i motivi principali. Primo, dopo il recente bagno di sangue sui mercati finanziari, si prevede che la propensione al rischio degli investitori volgerà decisamente al ribasso. Le imprese avranno a disposizione una quantità inferiore di fondi, e quindi saranno forzate ad effettuare minori investimenti produttivi. Secondo, il tasso di disoccupazione è solito mostrare l’antipatica proprietà di dipendere dalla propria storia passata, un fenomeno che gli economisti chiamano isteresi. In poche parole, l’idea è questa: una disoccupazione congiunturale elevata, anche se dovuta a shock temporanei, tende a far aumentare il tasso naturale di disoccupazione attraverso due canali, l’aumento dei sussidi di disoccupazione e delle altre forme di integrazione al reddito con il conseguente aumento del salario di riserva, da un lato, e un aumento della disoccupazione di lunga durata o permanente (ad esempio, i lavoratori cinquantenni o quelli con skill professionali obsoleti).

 

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È pur vero che queste considerazioni valgono praticamente per tutti i paesi OECD, ma accontentarci del vecchio motto in base al quale un mal comune è un mezzo gaudio è fuori luogo. Se non altro perché nella compagnia noi siamo quelli che si stima faremo peggio (vedi la tabella, tableche è un estratto di quella che trovate qui, dove E è la parte attribuita all’effetto isteresi, e K quella attribuita alla minore accumulazione di capitale). Inoltre, si tratta di una situazione che si trascina (e continua a peggiorare) da quasi un ventennio. Come mostra la figura seguente, continuiamo a perdere posizioni relative in termini di PIL pro-capite rispetto alla media dei paesi OECD più virtuosi, in gran parte a causa della costante erosione della produttività (qui misurata in termini di PIL per ora lavorata).

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Che fare? L’OECD ci propone da alcuni anni una ricetta composta da sette ingredienti (nell’ordine: 1. ridurre il ruolo dello Stato come proprietario di attività produttive; 2. ridurre le barriere regolamentative alla concorrenza sui mercati; 3. aumentare i livelli di accesso all’istruzione universitaria; 4. ridurre le tasse, in particolar modo sul lavoro; 5. riformare i meccanismi di corporate governance delle imprese; 6. decentralizzare i meccanismi di contrattazione salariale; 7. incentivare l’innovazione). Alcune cose le abbiamo fatte come ci è stato suggerito (punto 1), altre solo in parte (punti 2, 3 e 5), altre infine decisamente no (punti 4 e 7). In via di principio si può pure essere d’accordo con questa lista, ma colpisce la mancanza di un ingrediente di base, evidenziato tra l’altro dall’OECD stesso in questo rapporto: fare in modo che la scuola possa fornire a tutti una formazione migliore. Le stime sono state compiute a partire dai risultati ottenuti da ragazzi quindicenni nell’ambito dei test PISA. Il grafico qui sotto è semplicemente sconvolgente. Sarebbe sufficiente che i bambini italiani nati quest’anno fossero messi nelle condizioni di ottenere tra qualche anno gli stessi risultati dei loro colleghi che nei test PISA sulle competenze scolastiche fanno meglio (i Finlandesi, che in media raggiungono un punteggio di 564), per far si che le loro prospettive in termini di tenore di vita fossero moltiplicate per un fattore 900! I dettagli dell’esercizio e delle ipotesi sottostanti possono pure essere ritenuti troppo ottimistici, ma anche volendo diminuire quel moltiplicatore della metà, rimane pur sempre un valore su cui riflettere. Non è che sarebbe opportuno sostituire le continue sterili polemiche su grembiuli, maestri unici, 5 in condotta etc., con un dibattito serio su come alzare la qualità dell’offerta formativa della nostra scuola dell’obbligo? 
 pisa

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