Un bel post di Sandro Brusco aiuta a chiarire i veri termini della questione relativa alla differenziazione territoriale (Nord/Sud) del mercato del lavoro in Italia: se è vero (e credo anch’io lo sia) che di un problema di domanda di lavoro si tratta, allora un aggiustamento dei salari relativi è l’unica strada possibile.
Due aspetti, accennati da Sandro verso la fine, vanno però sottolineati. Entrambi, a mio avviso, contribuiscono a rafforzare il punto sollevato nel mio post precedente. Il primo è che nel modello di mercato del lavoro competitivo usato come prima approssimazione da Sandro, il salario in ordinata dei grafici è quello reale, non quello nominale; i due coincidono solo se l’inflazione è zero. L’aggiustamento relativo dei salari tra nord e sud deve avvenire perciò in termini reali, non nominali. Se i salari nominali sono rigidi verso il basso, lo stesso risultato si può ottenere con una differenza delle dinamiche inflazionistiche: più inflazione al sud e meno al nord. Opzione praticabile? Mah, io sinceramente faccio fatica ad immaginare come. Comunque sia, è indubbio che in assenza di una inflazione modesta (diciamo, dell’ordine del 3-4% nella media nazionale), l’opzione è fuori discussione per default.
Secondo. Sandro sembra contrapporre la necessità, da parte dei lavoratori meridionali, di prendere razionalmente coscienza del fatto di aver vissuto “al di sopra dei propri mezzi”, con la comodità di fermarsi a ragionare in termini di “equità”. Per gli addetti ai lavori, la vecchia storia tra full rationality e bounded rationality, e che solo se usiamo la prima il mercato funziona come si deve (e infatti i salari nominali smetterebbero di essere rigidi all’ingiù). Al di là del fatto che, come già discusso, il concetto di equità è intrinseco al modo di ragionare del genere umano (un bel paper che discute cosa questo implichi per la teoria economia è Fehr e Schmidt, 1999) e quindi perfettamente razionale (ma qui apriremmo un dibattito troppo ampio, che riserviamo ad altri post), occorre realizzare che gli scenari di cui stiamo parlando saranno il risultato di un processo di libera (o no?) contrattazione tra le parti sociali. Pensare che i lavoratori meridionali siano disposti ad accettare tagli salariali in termini nominali per “amor di patria” è, a mio avviso, fuori dal mondo.
L’unica soluzione seria sarebbe quella, come ricordato da Sandro, di far spostare verso l’alto la curva di domanda di lavoro nel sud d’Italia. Su questo, come al solito, la Politica (con la P maiuscola) preferisce sorvolare.

Riferimenti
Fehr, E. e K. Schmidt (1999), A theory of fairness, competition, and cooperation, Quarterly Journal of Economics, 114:817-868.

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