Il primo a rompere il fronte e gli indugi è stato Stanley Fisher, governatore della Banca Centrale d’Israele, nonché ex capo economista del Fondo Monetario Internazionale, che lunedì 24 agosto ha decretato un aumento dei tassi di interesse del suo paese dello 0,25% (portandoli allo 0,75%). È pur vero che stiamo parlando di una piccola economia, che ha risentito solo marginalmente della grande crisi, il cui PIL ha ripreso a crescere nel secondo trimestre 2009 ad un tasso annualizzato dell’1%, e che si trova alle prese con un’inflazione core (cioè al netto di energia e alimentari) al 5,5%, ma già si scommette sulla possibilità che analoghe manovre possano verificarsi nei prossimi mesi in Australia, Canada e Norvegia.
La mossa di Fisher si inserisce in effetti all’interno di un dibattito che da tempo sta interessando commentatori e policy-maker: dopo l’inondazione di liquidità degli ultimi 24 mesi, l’uscita dal tunnel della crisi porterà inevitabilmente a spinte inflazionistiche tali da necessitare una stretta monetaria aggressiva per riportare velocemente i prezzi sotto controllo?
È noto che la politica monetaria agisce con ritardi lunghi e variabili, e quindi preoccuparsi ora di quali scenari si verificheranno tra 12/18 mesi è del tutto logico. Ciò che i falchi anti-inflazione stanno perdendo di vista, tuttavia, è un pezzo importante del puzzle, che rischia di far materializzare lo spettro da più parti paventato di una dinamica a W: la disoccupazione e i suoi effetti sulla domanda aggregata.
Completando il quadro, infatti, ci si accorge che un po’ di inflazione potrebbe addirittura fare bene! Il punto è legato ad alcuni tratti distintivi della psicologia umana – la cosiddetta illusione monetaria e il desiderio di equità – a ai suoi effetti sulla curva di Phillips (cioè la relazione tra inflazione e tassi di disoccupazione). La teoria macroeconomia standard è costruita attorno al concetto di tasso di disoccupazione naturale, che a sua volta discende da una ipotesi di lavoro molto semplice: i lavoratori, nel portare avanti le proprie rivendicazioni salariali, sono interessati non al salario nominale, ma esclusivamente al salario reale che possono ottenere. Durante una recessione, quando le opportunità di ritrovare un lavoro se licenziati e i prezzi stanno rallentando o scendendo, le remunerazioni contrattuali dovrebbero diminuire. Una mole enorme di evidenza empirica (si veda ad esempio Dickens et al., 2007) suggerisce che in realtà le cose non stanno affatto così, e in una fase di inflazione prossima allo zero (se non addirittura di deflazione) e di bassa crescita della produttività ciò ha implicazioni rilevanti.
Senza eccessive pretese, il grafico seguente mostra che anche in Italia le cose sembrano andare in questa direzione. Utilizzando dati Istat, è possibile verificare che in presenza di tassi di inflazione dei prezzi al consumo inferiori al 2%, il tasso di crescita dell’indice delle retribuzioni contrattuali orarie (in termini nominali) legato ai rinnovi contrattuali è risultato sistematicamente superiore. Su una ventina di nuovi contratti collettivi nazionali di lavoro siglati negli ultimi 12 mesi, cioè proprio nel periodo in cui la crisi economica ha cominciato a far sentire tutti i suoi effetti, in soli due casi (piloti e assistenti di volo del settore aereo) il rinnovo ha comportato una diminuzione nominale del salario orario.

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Quello che i dati ci mostrano quindi è che solo raramente i lavoratori accettano – e le imprese impongono – tagli salariali nominali. Detto in altri termini, i salari nominali sono in larga parte rigidi verso il basso. Se l’inflazione parte da zero, allora, un incremento modesto di quest’ultima tende ad accompagnarsi a minore disoccupazione, e quindi a maggiore output. Perché? Il motivo ce lo spiegano il premio Nobel George Akerlof e i suoi co-autori (Akerlof et al., 1996). Sia nelle fasi espansive che in quelle recessive, alcuni settori dell’economia vanno meglio di altri, e i salari dovrebbe riflettere questa dinamica. Quando il tasso d’inflazione e quello della produttività sono sufficientemente diversi da zero e positivi, i salari relativi possono aggiustarsi senza troppe difficoltà: nei settori sfortunati, i salari nominali possono crescere meno della media, mentre in quelli fortunati la crescita delle remunerazioni è superiore alla media. Supponiamo ora che la produttività sia nulla (come in Italia negli ultimi anni) e che l’inflazione sia zero. Per riequilibrare il sistema, nei settori sfortunati i salari nominali dovrebbe diminuire. Se ciò non accade – perché da un lato i lavoratori percepiscono come ingiusto un tale comportamento, e dall’altro i datori di lavoro temono di demoralizzare le proprie maestranze e perderle quando le cose ricominceranno ad andare meglio (Bewley, 1999, riporta con dovizia di particolari dinamiche di questo tipo) – i salari reali sono sistematicamente superiori a quelli che si verificherebbero in presenza di inflazione. Essendo il salario il prezzo del fattore lavoro, la sua domanda diminuisce e il tasso di disoccupazione è necessariamente più alto.
La lezione per chi tiene le redini della politica monetaria è che il target d’inflazione dovrebbe essere fissato ad un livello tale da impedire che la rigidità verso il basso dei salari nominali diventi un problema per la disoccupazione. Detto con le parole di James Tobin, un po’ d’inflazione è un meccanismo in grado di oliare le ruote del mercato del lavoro.

Riferimenti
Akerlof G., Dickens, W. E G. Perry (1996), The macroeconomics of low inflation, Brookings Papers on Economic Activity, 1:1996, 1-76.
Bewley, T. (1999), Why Wages don’t fall during a recession. Cambridge: Harvard University Press.
Dickens, W., Goette, L., Groshen, E., Golden, S. Messina, J., Schweitzer, M., Turanen, J e M. Ward (2007), How wages change: micro evidence from the International Wage Flexibility Project, Journal of Economic Perspectives, 21:195-214.

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