Michael Spence a Trento

???????????????????????????????Ho scritto e pubblicato sulla newletter ufficiale dell’Università di Trento unitn. un breve resoconto sulla Lectio Magistralis che Michael Spence, premio Nobel per l’Economia nel 2001, ha tenuto alla Scuola di Dottorato di Scienze Sociali l’8 febbraio scorso. Nella foto, da sx a dx: Mike, Luigi Mittone e il sottoscritto.

Annunci

Resilienza

Ne avevo già parlato su questo blog un po’ di tempo fa, quando ho provato a descrive il concetto di sistema complesso e l’idea di resilienza. Ora, dopo che Barak Obama ne ha fatto l’elogio, sembra che questo termine sia diventato la nuova parola chiave per risollevare il sistema globale dalla grande crisi economico-finanziaria degli ultimi cinque anni. Alcuni giorni fa sono stato invitato dall’IRSE di Pordenone a discutere sul tema. Trovate qui una mia breve intervista.

Mamma mia, here we go again?

Carlo-CipollaLeggo le notizie di questi giorni (OK, non voglio usare la stampa nazionale per evitare strumentalizzazioni, e quindi rimando a questo interessante commento del Financial Times), e non può non venirmi alla mente un divertissement del mai troppo rimpianto Carlo M. Cipolla, dal titolo Le Leggi Fondamentali della Stupidità Umana. È un invito alla lettura, che faccio senza ulteriori commenti: ognuno ne faccia l’uso, e ne dia l’interpretazione, che preferisce.

E già che ci sono, rimando anche a quest’altra chicca: un’intervista (mai pubblicata in forma cartacea) di Chris Sims e Bob Townsend, in cui due economisti top-level interrogano Cipolla sulla storia della moneta, neanche fossero scolaretti curiosi. Non so quanti altri studiosi italiani siano stati oggetto di un grado di deferenza simile da parte di un futuro premio Nobel per l’economia (Sims) e un pluri-vincitore della Frisch Medal della Econometric Society (Townsend). Giusto per dare un’idea della statura del personaggio.

POW Camp economics

econ0812h-Business-Life-Tim-Harford-a-red-cross-package-credit-ILN-Mary-Evans-a8a9d1dc-2d36-4d94-b8b2-3fcfb51d24fc-0-450x521Nel mio corso di Introduzione all’Economia oggi ho introdotto il concetto di moneta, e non ho potuto fare a meno di citare un classico di R.A. Radford, pubblicato su Economica nel 1945, nel quale si descrive l’emergere spontaneo del mercato quale forma di organizzazione della vita sociale all’interno dei campi di prigionia durante la II guerra mondiale. Il paper lo trovate qui. È una lettura ancora oggi affascinante e, nella sua drammaticità, uno straordinario esempio di come lo scambio, il sistema dei prezzi, le regole istituzionali per abbattere i costi di transazione, la moneta e lo sviluppo di forme alternative di imprenditorialità siano fenomeni emergenti di un sistema economico. Così come le sue degenerazioni, vedi su tutte il passaggio sui “price rings and agreements”.

Insomma una vera e propria perla, e un monito imperituro contro la barbarie della guerra.

In Iowa vince Obama (almeno all’Università)

Ad un paio di giorni dal voto, cresce la fibrillazione per la corsa alle presidenziali USA. Dopo tre faccia-a-faccia, le polemiche sui dati relativi al tasso di disoccupazione, e i danni provocati dall’uragano Sandy, la maggior parte dei sondaggi suggerisce che i due sfidanti sono alla pari, o addirittura che Romney è in leggero vantaggio. Tutti i commentatori concordano sul fatto che la battaglia si giocherà negli swing states, soprattutto Iowa, Wisconsin e Florida.

L’andamento del prediction market IEM organizzato dall’Università dell’Iowa (curioso, proprio uno degli swing states di cui sopra) ci dice invece che Obama sarà riconfermato alla Casa Bianca. Secondo le contrattazioni sul mercato “Winner-take-all” (in cui vengono trattate due securities, una che paga un dollaro nel caso in cui Obama vince e 0 altrimenti, e l’altra che paga un dollaro se Romney vince e 0 altrimenti), in cui i prezzi possono essere interpretati come la probabilità assegnata dal mercato ai due eventi, negli ultimi giorni Obama ha addirittura visto aumentare la propria probabilità di vittoria, che ieri era sopra il 70%.

Nel mercato “Vote-share” (in cui vengono scambiati contratti che pagheranno, il giorno dopo l’elezione, un payoff pari alla percentuale di voti che ciascun candidato avrà effettivamente preso), Obama viene stimato vincente con una percentuale totale del 51,5%.

L’IEM ha storicamente fatto un ottimo lavoro nel prevedere il risultato finale delle precedenti elezioni USA (vedi il capitolo 7 di questo libro, oltre alle fonti bibliografiche ivi citate). Attendo fiducioso anche questa volta. Poi con calma proverò anche a spiegare il perchè di questa magia (… notate la sicumera; ma anche se dovesse andare male sarà interessante lo stesso provare a guardarci dentro).

Back to the roots

Mentre giunge a conclusione l’ennesima puntata della telenovela Salvate il Soldato Euro (e almeno questa volta il finale di episodio è largamente positivo, vedi alla voce acquisti di sovereign bonds, costituzionalità del meccanismo ESM e unione bancaria), consiglio caldamente la lettura di queste poche pagine di Amartya Sen, che senza tanti fronzoli centra a mio avviso il punto dell’intera questione. Tre i temi toccati. Nell’ordine:

a. L’intera costruzione europea è nata, dal Manifesto di Ventotene in avanti, come una risposta politica ad un problema politico, cioè la possibilità di convivenza pacifica e collaborazione fattiva tra culture molto simili tra loro, ma troppo spesso nemiche. Pensando alle macerie che avevamo di fronte nel 1945 prima e nel 1989 poi, i passi in avanti sono stati straordinari. Personalmente, considero il trattato di Schengen sulla mobilità interna delle persone come una pietra miliare nella costruzione di un percorso di civiltà e libertà di cui tutti noi, cittadini europei, dovremmo sentirci fieri. Da questo punto di vista – e qui torno alle argomentazioni di Sen – l’accelerazione monetaria senza una contemporanea accelerazione sul piano politico è stata una sorta di fuga in avanti. Si può discutere finché si vuole sulla sostenibilità prospettica dell’Eurozona quale area valutaria ottimale, ma rimane il fatto che mentre si tenta di riparare la macchina in corsa man mano che i problemi di aggiustamento affiorano, la distribuzione necessariamente disomogenea degli oneri genera ostilità per l’intero progetto europeista in vaste fasce sociali, mettendo a repentaglio l’obiettivo finale. Prova ne sia la recente fortuna di movimenti antieuropeisti in giro per il vecchio continente.

b. Due importanti lezioni che i popoli europei hanno drammaticamente imparato dalla propria storia recente sono da un lato l’importanza del principio democratico quale architrave della forma di convivenza civile, e dall’altro la necessità di un sistema di redistribuzione delle risorse e di protezione sociale in grado di evitare forme estreme di deprivazione e di incapacitazione. Anche ammettendo che la richiesta di un pesante ridimensionamento dello stato sociale (basta considerare quanto sta accadendo in Grecia, o la simpatica letterina del duo Trichet-Draghi al governo italiano) proveniente dagli ambienti economico-finanziari possa in linea di principio essere corretta (cosa che Sen non crede, tra l’altro), essa dovrebbe necessariamente passare attraverso un dibattito pubblico e una decisione condivisa, in grado di legittimarla dal punto di vista democratico. Il fatto che questo non sia successo non fa che aggravare le considerazioni del punto precedente.

c. Il terzo tema ha a che vedere con gli interventi di policy, sia quelli attuati finora per mettere in sicurezza l’Euro che quelli richiesti ai paesi dell’Eurozona in crisi (cioè quelli che di solito vengono chiamati “compiti per casa”). Mentre i primi (ad esempio, i già citati interventi di sostegno della BCE, il fondo salva-stati, l’unione bancaria, etc.) non hanno in alcun modo messo mano al problema di come paesi con dinamiche divergenti di produttività e competitività possano convivere all’interno di un’unione monetaria (ho già discusso il tema qui), i secondi – la richiesta di una stretta fiscale nel bel mezzo di una profonda fase recessiva – sono semplicemente l’esatto contrario di ciò che servirebbe. E ciò è vero soprattutto quando i tagli alla spesa pubblica vengono esercitati tagliando in maniera indiscriminata la spesa sociale, cioè rinnegando anche dal punto di vista culturale una delle idee forti del modello europeo degli ultimi sessant’anni, cioè quella di welfare state come strumento di giustizia sociale.

Si, penso anch’io che bisogna al più presto ricominciare da qui, dalla Politica (quella con la P maiuscola).

Proviamo con l’empatia

In attesa del 12 settembre, quando la Corte Costituzionale tedesca si pronuncerà sulla costituzionalità o meno dell’ESM (il cosiddetto fondo salva-stati) e del fiscal compact (a proposito, chi fosse interessato a farsi invitare dai giudici tedeschi per un’audizione trova qui le informazioni su come fare), prosegue in Italia da numerosi cantoni il tiro al bersaglio verso le posizioni oltranziste del governo tedesco, e quindi a cascata verso Angela Merkel (spesso con i toni pacati che contraddistinguono una certa parte della stampa italiana). Ciò che manca è da un lato qualsiasi serio tentativo di capire le ragioni che spingono l’attuale classe dirigente teutonica (leggi Governo e Bundesbank) a pronunciare molto spesso dei “no”, e a studiare le posizioni in campo nel dibattito domestico tedesco, che sono talvolta ben differenziate e articolate, dall’altro. Fare uno sforzo in questa direzione dovrebbe aiutarci a capire le ragioni degli altri, e a tarare di conseguenza le nostre pretese e proposte.

Può aiutare a tale scopo la lettura di un paper firmato da Sebastian Dullien e Ulrike Guérot, nel quale si mette in luce la comune matrice teorico-culturale alla base delle varie proposte avanzate ad oggi dalle forze politiche più rappresentative in Germania. Tre sono i punti chiave proposti, che vale la pena sottolineare:

1. La rigidità nel non accettare una maggiore integrazione fiscale non è dettata  dalla miope difesa ad oltranza di interessi nazionali, o da turbe psicologiche ereditate (ma come, poi?) dalle generazioni che hanno vissuto l’incubo dell’iperinflazione durante la Repubblica di Weimar. La posizione tedesca è più semplicemente legata alla profonda convinzione che un certo modello di regolazione del sistema capitalistico, che in Germania negli ultimi decenni ha funzionato molto bene, sia la strada corretta. Deviare solo per far piacere a paesi che con altri modelli hanno registrato performance nettamente peggiori è un errore. Punto.

2. Non c’è alcuna fregola nel voler insegnare col ditino alzato la lezioncina sui pregi dell’austerità a quei lavativi dei PIIGS. Secondo la visione tedesca una posizione fiscale sostenibile è condizione sine qua non per la crescita di lungo periodo. Altro punto. Su questo non esistono margini di trattativa.

3. Ciò significa che chiedere ai tedeschi di accettare a breve un maggior grado di risk-sharing fiscale per pagare i debiti degli altri è come chiedere se c’è del pane in vendita in una ferramenta: la risposta è no!!! e il commesso si chiederà se siete stupidi a fargli una domanda del genere. Se si vuole instaurare un dialogo costruttivo, è invece necessario mettere sul tappeto il tema di quali strategie di crescita a livello europeo (tipo investimenti in infrastrutture o in R&D) siano compatibili con un maggiore trasferimento di potere fiscale al livello UE. Una più ampia integrazione fiscale potrebbe anche scaturire come by-product (e quindi tornare utile in futuro), ma solo in quanto funzionale ad un progetto legato alla crescita lungo un sentiero fiscalmente virtuoso.

La conclusione è semplice. Può piacere o non piacere, e possiamo essere d’accordo o dissentire. Ma se non capiamo da quale punto partono gli altri, il dialogo alla fine è tra sordi, e di strada se ne farà poca. Aggiungo solo che il riferimento all’ordoliberalismo contenuto nel paper in questione è un po’ troppo “tirato via”. E’ un peccato, perchè il punto è interessante. Consiglio, per chi desidera approfondire cosa implichi questo filone di pensiero nell’ambito del modello tedesco di economia sociale di mercato, la lettura di questo bel pezzo di Rosaria Rita Canale.

In realtà l’ortodossismo neoclassico alla base della visione tedesca di politica economica è tutt’altro che monolitico, come dimostra la furiosa battaglia a base di “lettere aperte” scatenatasi in Germania un mese fa. È partito per primo un gruppo di 172 economisti (capitanati da Hans-Werner Sinn) che, dalle pagine del quotidiano Frankfurter Allgemeine ha accusato Angela Merkel di “intelligenza col nemico”, per aver fatto delle parziali concessioni sul tema dell’unione bancaria nell’Eurozona durante il Consiglio Europeo del 28-29 giungo scorso. Ha risposto, alcuni giorni dopo, un gruppo di altri 100 colleghi (con a capo Michael Burda e Dennis Snower), sostenendo che l’unione bancaria è un passo necessario per tentare di salvare la baracca, e che il problema dell’azzardo morale per chi viene salvato pur essendosi comportato male è limitato, se non addirittura un falso problema.  In linea con quanto detto più sopra, qualcuno sostiene che leggendo tra le righe le due posizioni non sono poi così lontane, ma partono da una piattaforma comune. Con il che si torna al punto di partenza.

Oh, it seems like I hear Angela singing ...
… now I’m not looking for absolution
Forgiveness for the things I do
But before you come to any conclusions
Try walking in my shoes
Try walking in my shoes

Ma Mario che numero di scarpe porta?

UPDATE (poche ore dopo)
Questo fondo di Perotti uscito due giorni fa si sposa molto bene con le considerazioni fatte qui sopra. Tutti quelli che si affacciano sulle sponde del Mediterraneo sono convinti che i problemi di gestione del debito pubblico di Spagna e Italia (ormai la Grecia è fuori gioco, su quella non scommette più nessuno) siano di liquidità. E se qualcuno sopra le Alpi credesse (in buona fede) invece che si tratta di un problema di solvibilità?
Detto ciò, la spiegazione in prosa di cosa significhi equilibrio con aspettative self-fulfilling (quello riferito al paese X e ai 10 euro) è didatticamente perfetta.

Il sogno di Pericle

Image

In questo blog di solito non mi occupo di politica “spicciola”. Siccome non vivo fuori dal mondo, tuttavia, non posso non tener conto della vera novità in Italia (al netto del fatto che siamo da almeno un annetto sull’orlo della bancarotta, di un ministro del lavoro che ha evidenti problemi a far di conto, e che neanche quest’anno Moratti riaprirà i cordoni della borsa), vale a dire l’esplosione – in senso buono, ovviamente – del Movimento 5 Stelle alle elezioni amministrative del maggio 2012. Mi interessa in particolare una delle idee forti del movimento, cioè la proposta di un uso pervasivo di strumenti di democrazia diretta: per qualsiasi questione facciamo esprimere direttamente i cittadini attraverso un processo deliberativo diretto, e una volta presa la decisione i rappresentanti eletti in parlamento o negli altri organismi locali eseguono. Tra l’altro, nell’era di internet, dei social network e del web 2.0 la cosa è facilissima dal punto vista tecnologico e relativamente poco costosa da quello economico. Come al solito, le cose rischiano di essere un po’ più complicate di quello che sembrano, e basta dare un’occhiata all’esperienza acquisita in giro per il mondo per cominciare a dubitare sulla bontà e fattibilità della proposta.

Uno degli esempi più interessanti di applicazione diffusa di strumenti di democrazia diretta è lo stato della California. A partire dal 1911 i cittadini californiani, in particolare, possono emendare la costituzione e le leggi esistenti attraverso lo strumento del referendum (sia abrogativo che propositivo, quindi), e possono divenire essi stessi legislatori attraverso il voto diretto su proposte di legge di iniziativa popolare dette appunto initiative o, una volta giunte sulla scheda elettorale, Proposition. I californiani hanno votato, votano e voteranno su un numero impressionante di questioni, dai diritti degli omosessuali, alla regolamentazione della chiropratica, all’istituzione e/o abrogazione di tasse. A titolo di esempio, sta arrivando il turno di una Proposition denominata Robin Hood Tax, in base alla quale si chiede ai cittadini se vogliono imporre una tassa del 25% (in aggiunta a tutte le altre già dovute) sul valore aggiunto delle imprese che estraggono gas dal sottosuolo dello stato.

Bene, si dirà. Con un controllo diretto di questo tipo tutto non può che funzionare al meglio: people have the power. Ehm, piano con gli entusiasmi, perché a volte We, the People, facciamo del gran casino. In fin dei conti, mi verrebbe da dire, se qualche millennio di storia del pensiero politico, e le migliori menti filosofiche che la nostra specie abbia prodotto dal suo apparire sulla faccia della terra si sono cimentate sul tema senza arrivare a conclusioni definitive un motivo ci sarà! A proposito, uno dei motivi è probabilmente legato a questo simpatico risultato, che dovrebbe essere oggetto di studio da parte di chiunque sia chiamato a partecipare ad assemblee deliberative. Ma torniamo a bomba.

Che le casse del Golden State non siano da tempo particolarmente floride è un fatto noto, così come che l’intero processo legislativo e amministrativo sia allo sbando è sotto gli occhi di tutti. Che tutto questo sia in qualche modo riconducibile all’amore dei californiani per la democrazia diretta è invece la provocazione lanciata un annetto fa dell’Economist con un editoriale e uno special report. La lettura è veramente interessante, e la consiglio caldamente a tutti, perché ho la sensazione che di queste cose continueremo a parlare per un bel pezzettino.

Mi limito qui a porre l’accento su un aspetto della questione. Il sistema californiano prevede che ciascuna initiative sia irreversibile (a meno che essa stessa non affermi il contrario), nel senso che non può essere abrogata da leggi successivamente emanate dal parlamento dello Stato. L’unico modo per cambiare le cose è portare al voto una nuova proposition, contenente una proposta di emendamento della precedente. È giusto, si dirà, sennò va a finire come in Italia, dove il Parlamento se ne è bellamente infischiato dei cittadini che a suo tempo si erano espressi direttamente per un sistema elettorale maggioritario, per abrogare il finanziamento pubblico dei partiti, e per l’abrogazione del Ministero dell’Agricoltura (che ora infatti è una cosa del tutto diversa, chiamandosi Ministero per le Politiche Agricole).

Occhio a questa, però. Nel 1978 è stata votata positivamente la famigerata Proposition 13, che oltre a stabilire una diminuzione alla tassazione sulla proprietà immobiliare privata (dopotutto, a chi piace pagare le tasse?), ha imposto che qualsiasi legge futura (e quindi anche le initiative dirette) finalizzata ad aumentare le tasse debba ottenere una maggioranza qualificata dei 2/3. Per inciso, la tassazione sulla proprietà era ed è, nel sistema californiano, la fonte di finanziamento principale della scuola pubblica. Nel frattempo, altre propositions hanno imposto che lo stato potenziasse i servizi ai cittadini (dopotutto, chi non vuole più servizi pubblici), senza però che le initiatives in questione si preoccupassero di stabilire la copertura finanziaria. Ad esempio, la Proposition 98 (nel 1988) ha rivisto la modalità di calcolo del budget delle scuole pubbliche (legandole al numero di studenti), ma siccome questo vincolava quote sempre maggiori del bilancio statale al finanziamento della scuola (dato che in base alla Proposition 13 era di fatto impossibile aumentare le tasse), nel 1990 è arrivata la Proposition 111, che ha creato un sistema talmente barocco da essere incomprensibile persino ai suoi promotori.

Democrazia diretta o più semplicemente oclocrazia? L’argomento è dannatamente serio. Se invece vogliamo farci due risate (ma sempre con il cervello ben acceso) vi consiglio lo straordinario Natalino Balasso.

tengo il ritmo

E’ un periodo in cui sono un po’ preso tra cose da finire alla svelta e impegni vari che mi impediscono di aggiornare il blog con una certa regolarità. Giusto per non perdere il ritmo, e al tempo stesso per non lasciarvi per troppo tempo senza cose da leggere, vi segnalo un po’ di materiale a cui, nel caso ve lo foste perso, vale la pena dare un’occhiata.

In primo luogo questo paragone tra Argentina 2001 e Grecia 2012. Rispetto alle considerazioni avanzate qui e qui, il tema di quanti effettivamente pagherebbero le tasse in una paese allo sbando aggiunge un ulteriore aspetto alla drammaticità della questione.

Secondo, vi rimando a questi post – uno, due e tre – sulla vera o presunta crisi della teoria economica alla luce del big slump attualmente in corso. Vedetele come letture preparatorie per un mio prossimo intervento sull’argomento: se siete già preparati, posso andare subito al nocciolo e tenere il brodo più corto. E’ meglio per tutti.

Infine, un pezzo che mi è piaciuto molto (non sorprenda, dato che l’ha scritto l’ottimo Luigi Prosperetti) sul solito vizio italico di fare le cose da furbetti, nel senso che non si capisce mai bene quale ratio ci sia al fondo. Meditate, gente, meditate.